"«Il mondo è mia rappresentazione»: questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l'uomo soltanto sia capace d'accoglierla nella riflessa, astratta coscienza e s'egli veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica. Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch'egli non conosce né il sole né la terra, ma appena un occhio, il quale vede un sole, una mano, la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso."

Tratto da "Il Mondo come volontà e rappresentazione" di Arthur Schopenhauer; titolo originale: Die Welt als Wille und Vorstellung; 1818/1819; secondo volume, 1844; 1859 terzo volume.

Sforziamoci di non fare a questo punto l'irresistibile esercizio di adattare il passo in corsivo qui sopra ai comportamenti dei frequentatori di certi luoghi negli universi paralleli e passiamo a qualcosa di più serio, se vogliamo usare questa espressione che suona come la campanella in chiesa, e alla luce di quello che ci illustra Riccardo Falcinelli nel suo Visus stavolta applichiamo -per me è stato irresistibile quasi come lo è stato fare l'esercizio che ho predicato di non fare poco fa ma vi dico subito che ho razzolato molto male- e, dicevo, proviamo ad usare i concetti espressi in quest'opera recentissima di Falcinelli ma non certo scollegata dal testo di Shopenauer che ho citato, ecco verifichiamo la validità di quei concetti con una serie di immagini tra cui una che ho trovato nella copertina di un libro che troneggia nei centri commerciali, un libroide, direi, attenendomi alla definizione della Treccani di tempo fa per quei libri fatti per fini soltanto commerciali, per ricordarci cosa sta andando su e cosa invece non sta andando per niente, tutto un ribadire di quei concetti copiati dai social e incollati nei vari gruppi di WhatsApp cui siete iscritti, con i vostri cugini e cuginastri (una lista infinita nelle famiglie di stampo cattolico), il gruppo dei colleghi, gli amici dei cani, dei gatti, il vostro amichetto e la vostra amichetta, entrambi, altri assortiti "speciali" con i quali spendete del tempo a far finta di parlare di "cose sentite in giro"...


Tra foto e fascetta, il contenuto è un capolavoro di chiarezza per ogni non lettore, mi pare. Sopratutto nel nostro mondo di adoratori del "No Pay Info": a gratis ci succhiamo tutto il contenuto del libro. Tuttavia il personaggio non è certo l'unico ad usare questo modo che viene la tentazione di definire "stile" ma stile non è: è una precisa strategia comunicativa che, se funziona, non è perché il mondo è di babbei, è perché il mondo è quello che è, pressapoco da sempre. Pertanto l'ultima cosa che proviamo verso quello che accade è la paura di cui parlano in tanti, ovunque, ancora sulla scia di Kamala Harris che, infatti, come sappiamo, parlando di paura, o paure, a suo tempo le elezioni le ha perse. Si afferma dunque un principio quasi filosofico: di andare affanculo non ha paura nessuno? A quanto pare, no.

Di sicuro non lo temono gli "americani" che noi chiamiamo così ma non sono americani per niente: gli americani sono gli abitanti del Messico, gli Indios e indigeni vari massacrati da europei in movimento che si sentivano protetti da quella che qualcuno avrebbe definito "la mano de Dios". Europei che solo in minima parte sono "inglesi": quelli stanno molto meglio in UK, tant'è vero che nei film di Hitchcock girati negli USA si scorge un velo di nostalgia nel quasi abuso del colore verde (loro colore nazionale) che pervade, per esempio, La Donna che Visse Due Volte.

Gli "americani" sono una balla. Basta pensare che solo i bianchi si definiscono così. I neri, che sarebbero allo stesso modo "americani", infatti, li sentiamo definire "afroamericani" (mentre i bianchi NON si definiscono "euroamericani") e già questo dovrebbe raccontarla tutta. Entrando nel dettaglio, si perde un sacco di tempo a blaterare di irlandesi ed italiani mentre si dice poco o nulla di quello che è la maggioranza (ben espressa dai cognomi) che viene dal centro Europa, sopratutto delle zone che una volta erano l'Impero Centrale e, infatti, bisogna dire per completezza del racconto, che ad Auschwitz, si esattamente quel posto lì, prima vi era un centro di raccolta per gente diretta ad Amburgo per imbarcarsi per le Americhe. La storia è raccontata bene qui. Pertanto, quando i nazisti cominciarono a portarci gente, nessuno ci fece caso più di tanto. Immagino i discorsi nelle case, mentre a cena si mangiava la zuppa con quell'allegria che contraddistingue quei luoghi scabri da disastri epocali pieni di gente che realizza manufatti che solo ad osservarli mettono allegria persino agli autistici: "Che hai visto oggi?" "Boh... Portano gente..." "Dove?" "Vicino alla stazione" "E chi sono?" "Boh..." Da notare che la stazione ferroviaria, laggiù, o lassù che dir si voglia, fu costruita lontano dal centro abitato (a ragionevole distanza, direbbe il politico avveduto) perché al nobile del luogo, al tempo della costruzione della ferrovia, il rumore del treno avrebbe "rotto i coglioni". Tout court.

Ma veniamo alla parola "Boh" che è la parola più usata dall'umanità persino dove verrebbe da pensare che la parola che detiene il primato potrebbe essere "fuck". Certo, la seconda, in certi luoghi prevarrebbe se non fosse però sempre accoppiata con "boh" ("con chi fuck?" "Boh... con qualcuno") che fa meno notizia perché in contesti dove la parola "fuck" non esiste, "boh" continua a primeggiare. Insomma è la più usata e alla fine l'omettiamo: tutto come da manuale.