Anticamente chiamato Sextilis (il sesto mese dell'anno del calendario romano, che cominciava da Martius), il mese fu rinominato Augustus nell'anno 8 a.C., in onore dell'imperatore Augusto, dal quale prende il nome anche il Ferragosto (feriae Augusti), su decisione del Senato di Roma.
Queste le influenze romane: la solita politica.
Da altre parti, invece, magari anticamente soggette a Bisanzio (che nei mari imperava), ri-magari dal VI al X secolo, Agosto era la fine di un ciclo che ricominciava a Settembre, come nella tradizione greca che la scrivente sente moltissimo. Non solo reminiscenze scolastiche, insomma, qualcosa in me mi fa percepire qualcosa come che l'anno finisce qui e, tra poco, ne inizierà uno nuovo.
Prima di continuare, dico subito che, specularmente, il 31 dicembre non m'infiamma e quanto al primo dell'anno ufficiale, l'ho sempre definito il festeggiamento di un numero. Al quale è ovvio che mi associo, per puro spirito collaborativo e condivisione dell'usanza sociale, ma resta una cosa ben diversa dal sentimento che provo in questa parte estiva dell'anno visceralmente più classica. Consegue che quello che gira nella mia testa in Agosto è specialmente rivolto al futuro e mi sembra giusto dirlo per chiarire alcuni miei atteggiamenti e, anche, alcune cose dette ultimamente tra intimi.
Percepisco allo stesso modo quello che accade intorno in questo periodo che i cronisti, sempre "sorpresi" perché sempre in ritardo, si ostinano a considerare come particolarmente distratto anche se è da un pezzo che le città non sono più come la Roma immortalata da Dino Risi ne "Il Sorpasso". Invece il periodo è fondamentale -al netto degli annunci- per il futuro che configura "gli americani" come dei calabrache che hanno perso ogni fiducia nei loro simboli inventati di sana pianta e nella loro retorica. Quel popolo di connessi è ben impressionato dal russo che non nomino e che li prende sistematicamente in giro, un riscatto di quelli arrivati secondi nella corsa allo spazio rispetto ai tempi in cui ridevano in faccia a Boris El'cin che a buona ragione è il motivo per cui l'attuale è plausibile mandi in visibilio quel popolo, con buona pace di Jonathan Littell. Contemporaneamente, da queste parti, la UE viene continuamente definita in un modo femmineo, come indicano nel loro articolo Liuza Bialasiewicz ed Erik Jones pubblicato su Domani, dove i due hanno descritto il modo degli editorialisti nel parlare della frattura transatlantica con termini più adatti ad una rottura sentimentale: abbandono, tradimento, solitudine. Dopo l’accordo tariffario di luglio, il linguaggio è cambiato ulteriormente, dipingendo l’Ue come remissiva, se non addirittura supina, di fronte ad un partner violento. Modi, questi degli editorialisti, che trovo fastidiosi da sempre e che dirigono l'orchestra che esegue sinfonie prendendo come fondamentali accordi che includono la parola sorpresa, la parola shock e la parola paura. Se mi dessero un euro per ogni volta che ho letto queste parole nei resoconti ed "analisi", potrei pagarmici le vacanze a Montecarlo.
Non mi dispero per il fatto che non incasso questo tipo di royalty perché non la ritengo una fonte di guadagno affabilmente duratura: infatti i modi degli spacconi che si sono ritrovati in Alaska nei giorni scorsi, nella nebbia di annunci "pre" e soddisfacenti, "post", come quelle finali che si preannunciavano memorabili e finirono zero a zero. L'unica cosa interessante, almeno per me, è come i modi di entrambi i protagonisti mi ricordano quello che un tempo voleva "spezzare le reni alla Grecia", per usare una metafora "macho" che lui amava usare. Com'è andata a finire è storia e come finiranno questi altri non penso differirà di moltissimo. Poi che quello al 10% europeo e al 90% asiatico (che però si considera un continente a sé) sia acclamato dal suo popolo in visibilio, se per un motivo che ho già detto tanto non mi sorprende, per un altro motivo nemmeno ci credo anche se non ho di quel popolo l'opinione che si tratti di un insieme. La loro storia, a conti fatti, è la storia di due città , situate in Europa. Ma questo bisogna ricavarselo artigianalmente perché non lo hanno mai detto né loro, né i comunisti locali o, se preferite, occidentali. I loro oppositori, nemmeno: ovvio.
Una bella storia che si ripete è che alla fine hanno ragione quelli che sembrava avessero torto. Quindi si è rivelata un intuizione giusta l'antisovietiosmo nato in UK tanto tempo fa così come si sono rivelati tutt'altro che in torto quelli che consideravano gli americani come degli scarsi baciati dalla fortuna e premiati dall'inefficienza locale che li aveva malamente sottovalutati considerandoli seppelliti sotto la loro crisi del 1929 che noi riuscimmo a glissare, i tedeschi, molto più coinvolti con l'oltreoceano, no. Balbo fu per questo accolto a Chicago come una star nel 1933. Vecchie storie.
A quanto pare, comune a tutte le epoche è che comprendere l'effettiva realtà è per pochi. Serve gente di gran levatura come Mao, che aveva capito subito che l'Italia e la Germania avrebbero perso la guerra (anche Enrico Cuccia se è per questo) o tipi come Lenin che, infatti, ben conscio che nell'Europa occidentale la sua teoria non avrebbe mai sfondato e, peggio, ci avrebbe pure potuto rimettere il fondoschiena, pianificò, assistito dai suoi burocrati che, in seguito, da perfetti burocrati, si sarebbero scannati tra di loro nella lotta per l'eredità che vide trionfante Stalin (che, detto tra noi, possedeva l'organizzazione più "quadrata"; il che significa che non si può fare tutto da soli), Lenin, dicevo, comprese che era più semplice coinvolgere tutto il pianeta, in primis l'Asia, e far rivoltare tutti contro l'Europa, India compresa e tutto l'oriente fino al Mediterraneo. Contemporaneamente agire in Sudamerica e in Africa (con lunghe code di tentativi fino agli anni '60 e '70 del secolo scorso), in modo da chiudere l'Europa sempre apparentemente disunita, contro un muro e non lasciargli nessuna via d'uscita. Della serie: adesso che fai? Sei con noi o contro di noi?
Detto questo, che ritenevo doveroso, invece al riguardo della vita virtuale, che rimane il primo dei miei interessi di cui parlo il meno possibile (come un vero politico), in Agosto, dopo aver letto e visto (su YouTube) la famosa "conferenza di Metz" trovo molto interessante la figura di Philip K. Dick come scrittore e, sopratutto, come filosofo. Credo che la sua teoria sugli universi paralleli sia molto ma molto illuminante. Nel 2025.
Ovviamente non dico altro, sia perché voglio fare "la politica", sia perché dare così è nel più puro esercizio del mio stile che è un po' il mio marchio di fabbrica.
Saludos.
