Il tempo che sembrava infinito trascorse tutto sommato in fretta e caratterizzato dalla stessa percezione fu il viaggio verso la località dove avremmo trascorso il week-end, raggiunta a bordo di un SUV dalle dimensioni importanti, scuro come da canone in voga compresi i vetri ovviamente oscurati, a bordo del quale si poteva osservare dall’alto il resto del mondo, più in là dell’asfalto arso dal sole e popolato di piante stremate. Dal canto mio, mi cimentavo nella parte della fidanzata imbronciata, come mi definì lui, sorridendo soddisfatto. Ero abbastanza credibile?
Forse si, pensavo anche tenendo conto del punto di vista più pessimista. Aiutavano il rossetto opaco e gli occhiali scuri imitazione del gran brand. Quanto al resto, non era poi così da battaglia perché per l’occasione mi ero impadronita di due vestiti estivi di mia madre che lei definiva “importabili” in quanto, tra spacchi e scollatura, decisamente osée. Mi ero sempre chiesta cosa se li prendesse a fare, visto che poi alla fine non se li metteva e di certo non glieli regalavano. Pertanto che me ne fossi appropriata in sua assenza non mi faceva sentire in colpa, semmai stavo dando senso a una spesa altrimenti inutile oltre ad apparire della generazione “X” che non era né quella che propriamente veniva definita così, né alludeva al social network: giusto mi collocava in una zona esistenziale indistinta, effetto che gradivo particolarmente per gli influssi che portava al mio personale senso dell’eros ultimamente assai effervescente. Con Martin, avevamo anche conversato un po’ durante il viaggio evitando però accuratamente di parlare della nostro esordio facendo paradossalmente sentire la cosa molto presente, insomma il nostro era come parlare di baseball senza mai citare gli Stati Uniti. Bisogna riconoscere che ci vuole una certa bravura.
Non mancarono da parte sua complimenti nei miei confronti, compresa la pettinatura aggiustata qualche giorno prima, con le ciocche che abitualmente tenevo legate dietro la nuca, lasciate cadere sulla faccia.
Dopo aver lasciato la strada maestra, preso una strada a due corsie e poi un altra dall’apparenza meno percorsa, arrivammo all’importante ingresso di una tenuta con un vigneto immenso dove entrammo da un largo cancello che si aprì tramite un telecomando che comparve come per incanto nella mano di Martin. Non eravamo molto distanti dal mare, disse lui mentre c’inoltravamo lungo un passaggio asfaltato che portava fino a una villa costruita sopra un punto in alto, tale da dominare la tenuta leggermente degradante. L’aspetto, dall’esterno, non era così tecnico come poi sarebbe apparso all’interno, dove ci mettemmo comodi in un salone piuttosto fresco dove vi erano numerosi libri aventi come argomento uve e vini innanzitutto. Tutti volumi di un formato gigantesco rispetto alle letture genitoriali e, in qualche caso, anche mie. Mi fu subito maliziosamente chiaro che io Martin saremmo stati da soli con me nel ruolo di fidanzata per ora molto comodo. Lui mi aveva portato del vino frizzante fresco in un calice, e stavo seduta nell’ambiente gradevole e dotato di ampie finestre da cui si poteva vedere gran parte della tenuta, ovviamente sotto il sole ed ovviamente deserta durante il weekend. “Qui non ci disturberà nessuno” disse lui sedendosi nei paraggi. Sorrisi.
Era, per dirla con lui, un luogo sopratutto di rappresentanza pensato anche per abitarci. Quanto a noi, la sera stessa avremmo partecipato ad una cena, dove lui si sarebbe decorato della mia presenza. “C’è tempo… forse vuoi fare una doccia?” mi disse in un tono pseudo interrogativo convincente che faceva apparire il forse come un orpello inutile come i nastri della confezione della sposa di due mesi prima. Pertanto accettai, per quanto tutta l’aria condizionata fosse stata, tra auto e casa, efficientissima. Fuori si moriva dal caldo, però, e nonostante fossimo al tramonto, non c’era nessuna aria di tregua.
Ci trovavamo ai margini di una zona di vacanze molto prestigiosa, che conoscevano tutti, me compresa, per la sua fama. Quanto a me, per essere al passo della situazione…
Oddio, quando uscii dalla doccia, con indosso l’accappatoio, mi diressi verso una stanza vicina, l’unica con la porta socchiusa, dove avrei trovato degli abiti da indossare. Ero molto curiosa. Ma guarda… tutto in nero e per abiti intendeva proprio tutto, slip compresi, fatti di tanto tessuto quanto ne serve per fabbricare un francobollo, forse neanche. Gli indossai sorridendo alla mia lungimiranza: menomale che mi ero depilata al massimo, se no sarei stata un oscenità. Il resto, che dire? Reggicalze in nylon, calze a rete, zero reggiseno ed abito in seta color canna di fucile con due bottoni dietro le spalle che rimanevano nude. Scarpe “miodio”, come le ho viste mi è venuto da ridere ma erano le uniche ad esserci quindi si trattava di quelle da mettere. A camminarci ci voleva un acrobata e il tacco era talmente sottile che c’era da chiedersi se dovessi usarle per bucare le gomme delle altre auto parcheggiate, dove arrivammo per la cena-buffet che si svolgeva all’imbrunire. Poi, non è che fossimo in un luogo così pubblico, visto che di auto parcheggiate ce n’erano giusto altre quattro. Il luogo era un altra casa però non altrettanto isolata, più vicino ma non sul mare. Molta privacy e una bella campagna con rocce che affioravano qui e là e i soliti cespugli plasticosi ben sviluppati. Ovviamente la gente, in tutto otto persone, quattro coppie, erano decisamente vecchi al punto che persino Martin rispetto a loro sembrava un ragazzo. Fui oggetto di attenzione e ricevetti molti complimenti, sopratutto da parte delle donne, tutte tipe eleganti quasi in stile di mia madre però con l’aria di non mettersi gli stessi problemi di opportunità al riguardo degli outfits.
Così messa, più che mangiare, spiluccai e compensando con l’alcol che Martin non mi faceva mancare quindi, rientrati a casa, abbastanza presto e abbastanza su di giri per pomiciare sul divano con disinibita disinvoltura, a luce spenta e con la luminosità esterna a rischiarare l’ambiente, con tanto di tavolino con vassoio, bottiglia ghiacciata e calici a fianco di cui si distinguevano bene le forma. Probabilmente io usufruivo dello stesso effetto. Il nero che mi era rimasto addosso creava solo una zona più scura.
Rispetto alla volta precedente la cosa era meno a valanga e più scientifica, alla faccia dei sogni erotici che la prima avventura mi aveva lasciato a corollario. Solo che i sogni erotici erano come cinema muto mentre ora c’era anche il parlato che prometteva cose tutt’altro che da ingenui fidanzati. “Ora voltati” “Vieni più indietro” “Strisciati così contro il cazzo” “Ma sai che hai un seno fantastico?” “Mi piace il tuo culo” cominciarono a fioccare e le trovavo sconsideratamente eccitanti compreso il vago senso di allarme di essere in bilico in qualcosa che alle educande viene descritto come rischioso. Ma pericoloso per cosa? Per me stessa? Per la reputazione che avevo di me? E cosa poteva esserci di pericoloso nel godere?
“Voglio sentire la tua voce….” Mi sentii dire mentre mi strizzava dolcemente le tette facendomi andare su e giù con le chiappe a corteggiare il suo cazzo nudo ed eretto che scivolava contro di me grazie alla seta della mia gonna arrotolata, mentre il resto, poco resto, era calato fino ai gomiti delle mie braccia sollevate a guidare le sue mani intente a farmi guadagnare una misura di reggiseno. Risposi con un mugugno. “Non basta…” gli sentii dire, non senza un tono da bonaria presa in giro. “Stai che ti trovo adorabile?” Disse subito dopo facendomi fare un altro mugugno, stavolta di un tono differente che rivelava apprezzassi l’adulazione. “Sei adorabilmente passiva….” Aggiunse mentre guardavo la sua faccia immersa nell’ombra. “Io?” Si mise a ridere, spingendomi in avanti. Poi mi voltò e mi venne addosso, sdraiandosi sopra di me come stessimo par farlo nella posizione del missionario. Da buona amante focosa lo strinsi tra le gambe e ci baciammo, abbastanza a lungo, fino a chiudere a bacetti mentre mi portava le braccia sopra la testa, tenendomi per i polsi. “Le ragazze passive possono essere molto cattive” mi disse all’orecchio. Ero talmente eccitata, talmente pervasa da uno sciame di minuscole farfalline dalla punta dei piedi fino alla testa, che non riuscii a replicare nulla.
(3- continua)
