Un po’ come tutte le cose, che nel tempo si tende a rielaborarle, mi era capitato di ripensare a quello che avevo combinato con Martin, si chiamava così l’autista con cui avevo scopato il giorno di quel pallosissimo matrimonio: perché l’avevo fatto? Le risposte che mi davo tendevano a cambiare nel tempo, come se fossi davanti a una verità flessibile o, se Zygmunt Bauman me lo permette, forse era meglio definire fluida? Beh, intendo che, subito, insomma avevo goduto, e pure molto. Molto? No, non rende l’idea: era stato avvincente per usare il termine giusto, come predicava mia madre “meglio usare le parole appropriate”. Bé vi era stato qualcosa di sconosciuto ma anche avevo l’impressione di sapere da sempre… Non so, era imbarazzante dire desiderato poi, come si fa a desiderare qualcosa di cui non si conosce l’esistenza?
Piuttosto, si sa che la fame vien mangiando, per usare una battuta sciocca che ho sentito dire 1000 volte e che adesso suonava come una cosa dal significato adattivo. Ecco, quello che era capitato con Martin era partito come parte con un coetaneo con cui si finisce per fare sesso, o qualcosa del genere, al termine di un party noioso dove a farti agire è quello spirito “vabbè, divertiamoci un po’”, tanto per dare una scossa alla serata che tutto sommato è un dormitorio. Ecco, qui la cosa si era sviluppata con quella piega da banchetto alla quale ero sopravvissuta alla grande, una certa piega che mi aveva lasciato uno strascico che non mi aspettavo ci fosse, cioè, questo non mi era mai capitato nemmeno la prima volta, che dai racconti sembra destinata a lasciare il segno per sempre mentre, nel mio caso risalente a qualche anno addietro, invece il giorno dopo me n’ero quasi del tutto dimenticata.
In altri momenti, mi venivano dei pensieri piuttosto strani e in momenti di scazzo che stai lì a pensare, almeno il 50% delle volte immaginavo scenari non del tutto corretti nel versante relazionale, chiamiamolo così. In particolare, di dettagli che stimolavano un versante un po’ torbido ce n’era qualcuno, tipo che alla mamma non era sfuggito che me ne andavo con Martin e ogni tanto mi tornava in mente quel “vai ma stai attenta” come se lei sapesse cosa poteva accadere. Certo, ero un po’ troppo giovane, forse, ma lei alludeva a un trascorso che faceva della mia età quale più opportuna alle esplorazioni, per definirle secondo il linguaggio scientifico che in famiglia era quello ufficiale. Ora mi chiedevo, ma era una battuta o mia madre conosceva Martin? A questo punto, le immagini che mi venivano in testa, che trovavo terribilmente eccitanti, erano in qualche modo illecite? Non me ne fregava nulla. Restava che quell’estate aveva scoperto un versante erotico che da una dimensione onirica aveva preso in quel caso probabilmente, e purtroppo, isolato, una piega reale? Ma che casino!
Ok, bisognava non pensarci e, infatti, non ci pensavo, o perlomeno, generalmente non ci pensavo ma ogni tanto si, lo facevo e quando lo facevo la finivo per masturbarmi contro un cuscino che stavo sfondando a furia di usarlo per questa esigenza che a volte diventava irresistibile. Cazzo, mi sentivo una ninfomane e in quanto tale m’immaginavo in balia di un amante, anche più d’uno, tutti dalle fattezze sconosciute e sempre in uno strano luogo nebbioso dove l’unica ben distinguibile ero io, sempre nuda, a volte con i capelli raccolti, a volte con i capelli selvaggiamente sciolti in preda a questi insaziabili che svanivano con l’orgasmo.
Tutto ciò, iniettato di realtà, mi rendeva particolarmente assente rendendo il mio stato al limite della fuga dalla realtà che, alla faccia di tutto ciò, era più piatta del solito.
Ciò non m’impedì di tornare con la promozione in tasca che mia madre definì un altro importante passo, per una volta risparmiandomi che lei alla mia età era molto più magra di me mentre adesso avevamo la stessa corporatura, all’incirca. Cosa che a me sapeva molto di balla. Quanto a mio padre, bah, per lui avevo semplicemente “fatto il mio dovere”. Ma grazie. Quanto alla mia vita, quell’uomo, non sapeva mai darmi nessuna indicazione, compito che riteneva opportuno delegare alla consorte che, da questo punto di vista, diceva che dovevo anche pensare a divertirmi. Brava, ma divertirmi come? Avevo anche detto che avrei potuto andare a lavorare in un villaggio turistico come Martina, una mia compagna di scuola dal nome che mi ricordava storie pepate, ma in casa l’idea non piaceva per niente. “Non se ne parla neanche. Se vuoi andare due settimane all’estero, possiamo parlarne però” Si ma all’estero dove? Beh, qualche meta potevo anche avercela in mente. Il problema era sopratutto con chi. Per cui, l’unica strada possibile era andarmene al mare con amicizie variabili. O è meglio dire fluide? Con le stesse, passavamo serate a ubriacarci. Quanto al lato sex, eravamo nella noia più degna di tale nome.
Quando ricevetti il messaggio “ma davvero non rispondi alle chiamate?” me ne accorsi con quasi due ore di ritardo perché avevo il telefono silenziato e da un altra parte. Bé, un ottima cosa, se no avrei risposto subito e sarebbe stato sputtanante. Composi la risposta “dipende da chi mi chiama” e la inoltrai, avvertendo una specie di eccitazione. “Quello a cui dicesti che non avresti risposto” fu la laconica replica. Scemo, lo avevo memorizzato. “Pensi di essere l’unico principe del reame?” risposi, senza preoccuparmi troppo delle implicazioni collaterali. “Assolutamente no”, rispose secco. “Infatti te lo chiedo in anticipo” Che cosa? Pensai immediatamente dopo che la scritta era comparsa sul mio display. Ebbi l’accortezza di non chiederlo. “Passeresti un weekend con me?” Fu la sfacciata richiesta a seguire. Ci misi a rispondere il tempo di andare in cucina, aprire il frigo, prendere uno yogurt alla stracciatella e tornare nella mia stanza con la protezione in alluminio, piegata, in bocca. “Perché no?” Risposi, usando il mignolo con il sapore di cioccolato in bocca. “Quando?” Aggiunsi pragmatica. Non ci mise molto a rispondere “dal 22 al 24”. Mi feci due conti. Mio dio, cadeva quando i miei sarebbero stati al convegno-vacanza. Evitai di rispondere “si, si, si!” sostituendolo con un odioso “devo controllare” cui rispose con un emoter impaziente.
(2 - continua)
