Giunti a what the world needs now is love non ce la feci proprio più e la leggera ansia che provavo cominciò a diventare tale da rendere urgentissimo defilarmi e in fretta. Motivo esibito? Voglia di aria ed esigenza di muovermi. Motivo vero? Tanto per iniziare, fumare una sigaretta, desiderio che ormai era diventato ingestibile.
Pensai a dove andare. Il porticato appena fuori dalla sala era sconsigliabile, troppo viavai e potevano capitare i miei genitori cui nascondevo il vizio, che mi rifiutavo riconoscere io stessa anche se la sofferenza di non fumare, voglia cui non riuscivo più a resistere, avrebbe dovuto farmi riflettere. Voglia che aumentava in quella che non era certamente la mia giornata tra il fatto fosse domenica -giorno che non è il massimo, per me- stavolta pure appesantita dalla cerimonia obbligatoria. Per cui, con un umore tendente pericolosamente all'autolesionismo ero lì, in mezzo ad un allegria aliena e, tra le altre cose, pure conciata con un assurdo abito da cerimonia in finto raso color vinaccia e tutta la bardatura del caso che mia madre aveva insistito che indossassi con tute le raccomandazioni del mio inesperto caso: che attraverso si vede l'intimo, metti questo, anzi, meglio quell'altro, che si vede di meno. Ma grazie!
Tutto ormai arrivato al limite della sopportabilità tra stato d'animo che ho raccontato frettolosamente, scarpe ultrascomode usa e getta ed l'elegante vestito altrettanto usa e getta, genialmente a portafoglio che andava pure bene in posa statica ma in azione era davvero scomodo senza contare che di fatto si trattava di una terrificante cinesata che aveva solo il merito di non sembrare una cinesata, anche se l’odore sgradevole di petrolio che mi sembrava di percepire ancora, tanto si era rivelato persistente, che l'idea si sentisse attorno non mi piaceva per niente. Motivo per cui mi ero fatta quasi la doccia, prima di uscire, con un profumo di mia madre che in macchina si era pure incazzata pensando alla quantità mancante. In ogni caso ero rimasta per tutta la mattina a trattenermi il vestito addosso, che già da quando ero scesa dalla macchina per andare verso la chiesa, non vi dico la brezza del piazzale che effetto faceva alla mia gonna. Diciamo che la brezza era un problema per tutte ma io, assolutamente, sembrava avessi fatto la scelta peggiore della serie e, per fortuna, non numerosissima compagnia. Dovevo adattarmi, diceva mia madre che incredibilmente trovava divertente questa storia che ai matrimoni ci si concia come americane delle soap, per dirla con il mio seriosissimo papà. Risultato? L'aggravante, dal punto di vista del mio morale, nell'essere la più giovane nei paraggi doveva passare in secondo piano perché dovevo assolutamente esserci. "La zia Cinzia ci tiene" era stata la parola d'ordine.
Ero infatti messa in modo da sembrarlo il meno possibile, la più giovane, e durante la cosa tutto prese la piega di una specie di esperimento, o esercitazione, per la vecchiaia che, secondo me, sopraggiungeva verso i 28 o 29 anni. Dopo i trenta sei davvero decotta, per non parlare della sposa che era oltre i 40, allegra ma non certo emozionata nel vestito d’ordinanza meno svolazzante del mio. Lui, poi, era uno stoccafisso un po’ appesantito, come si dice per quel tipo di corporatura che ha all'orizzonte il rischi infarto; uno più grande di lei di circa una decina d’anni con evidenti tracce di stempiatura. Un obbrobrio di uomo.
Dopo la stucchevole funzione, di cui ignoravo bellamente ogni rituale, ero ben consapevole che non finiva lì e infatti ci fu lo spostamento praticamente collettivo al ristorante che era in quel luogo isolato e brullo, in cima a una collinetta coperta di erba che era già gialla nonostante fossimo ancora a maggio. Attorno alla costruzione alla sommità della collinetta, bassa e tutta finestrata come un fortino dalle feritoie panoramiche e oscurate, le solite palme, i soliti oleandri, le deprimenti piante di Yucca e i soliti cespugli che sembrano di plastica talmente sono rigidi. Poi li tocchi e sembrano davvero di plastica che non sbiadisce al sole. Perché? Semplice, perché sono piante vive e vegete. Quanto alle macchine, la maggioranza erano blu o nere compresa quella degli sposi, una lussuosa berlina dall'aspetto marzialecon i vetri oscurati. Tutte, allineate, sarebbero diventate roventi anche a Novembre, ora tutte lì a impolverarsi. Come osservavo dall'ampia finestra dietro le sedie dei commensali, quelli arrivati per primi, occupavano i posti vicino all’ingresso; quelli arrivati per ultimi, speravano certamente non ci fosse il cretino che arriva e parcheggia in modo da disturbare tutti. Se le macchine non mi piacciono, quelle mi piacevano ancora di meno.
Tra spostamento e tutto il contorno di salamelecchi avevamo cominciato a mangiare verso le due e la fame notevole mi fece abbuffare di antipasti. Poteva bastare e avanzare ma l'attesa rendeva accessibili pure le portate che sinceramente sarebbero state di troppo. Non vi dico, semmai, cosa mi era costato stare ad ascoltare cose di cui non mi fregava niente cui partecipavo sorridendo come una scema. Per quanto mi riguardava, esauriti gli “Ah, ma tu sei Emma? Oddio… ti ricordo bambina…” il mio potere d'intrattenimento era concluso. Fantastico. Ah, si, ho appreso stavolta da varie testimonianze contemporaneamente che mia madre mi ha chiamata Emma in onore della celebre protagonista di un romanzo sul quale lei aveva preparato la tesi di laurea, credo nel cretaceo o nel giurassico.
Questi erano stati i momenti più interessanti. Insomma, la mia era pura presenza in quest’allegria che mi suonava un po retorica, che volete farci. La sposa, la zia Cinzia, era a modo suo rassicurante per come sembrava a suo agio in panni romantici, questo come intermezzo in una vita di t-shirts di medici senza frontiere, jeans dal taglio maschile e capelli raccolti in una perenne coda. Anche oggi però con vezzose ciocche appesantite di gel che scendevano davanti. Appariva abbastanza raggiante, per usare un aggettivo che in questi casi incombe come Una Poltrona per Due a Natale. Assistetti al bacio e il canonico taglio della torta a mani degli sposi unite mentre pensavo che quella sarebbe stata probabilmente il colpo di grazia ai miei sogni di dieta mentre già pensavo a fumare.
Resistetti infatti al richiamo del vizio per mangiare una fetta di torta che arrivò, ben abbondante, dopo venti-minuti-venti, oddio forse sto esagerando un po’ perché magari a cronometrare i minuti saranno stati giusto 16, però a me sembrò un altra infinità suppletiva e, siccome sono golosa, me la tracannai in frettissima perché era fresca di frigo ed anche buona. Poi mi alzai, come avessi ricevuto una chiamata da un entità superiore, un po’ come le voci che ai pazzi dettano il momento in cui ci si deve alzare per uccidere tutti quelli intorno, e mi alzai dicendo di andare in bagno. Mia madre, orrendamente agghindata come una MILF, mi sorrise in maniera accondiscendente mentre mio padre, con quella sua aria da ricercatore che non riusciva proprio a togliersi di dosso, non mi degnò di uno sguardo. Avevo una tale voglia che se non mi misi a correre era perché temevo di cadere rovinosamente. Sorrisi indistintamente a chi mi guardava e camminai come meglio potevo cercando di non pensare alla mia pancia che sentivo gonfia. Almeno a qualcosa il vestito serviva, pensai. Avessi avuto i jeans mi sarei sentita strizzata.
Raggiunto finalmente un unto presumibilmente ideale, accesi finalmente la mia sigaretta, leggermente storta come piacciono a me, che adoro raddrizzarle, e aspirai la prima tirata che effettivamente è la migliore. Poi, ignorando la mise elegante che indossavo, sollevai una gamba per appoggiare un piede sopra una delle assi del parapetto al bordo della veranda mentre contestualmente appoggiavo i gomiti al legno superiore. Una protezione inutile, visto che la veranda era al livello del terreno ma almeno utile a fare quella specie di stretching. Feci la seconda tirata, forse un po’ troppo presto perché la sentii calda, notando che il vestito si apriva e scopriva la coscia quasi fino all'inguine quasi svelando il bordo del collant 20 Den che, a detta di mia madre, era elegantissimo indossare. Bah. Tanto non mi vedeva nessuno.
Mentre osservavo il fuoco della cicca ardere, storcendo gli occhi, mi sentii dire “Mi chiedevo cosa ci fa qui una ragazza come lei” da una voce maschile, lateralmente rispetto a me. Mi voltai, tirando giù il piede dal supporto e mettendomi composta, quasi d’istinto. “Perché?” Risposi “Ho qualcosa di strano?” Il tipo, in abito leggero e con l’aria di starci dentro piuttosto comodo, si mise a ridere. Era il bonazzo con i capelli lisci che guidava l’auto degli sposi. “No, no… Lei è divertente” Aggiunse quello con quella specie di ghigno di chi la sa lunga. “Io?” Ormai ricomposta potevo permettermi la parte. “La osservavo… lei ha dei modi incantevoli, sa?” “Ma davvero?” Risposi al suo incalzare senza riuscire a trattenere un sorriso. Feci un altra tirata, perlomeno non era calda come la precedente. Senza accorgermene, mi ero messa in una posa da sfida. Quello cambiò sorriso, effettivamente era come mi studiasse. “Se vuole…” mi disse, allargando le braccia come volesse rendersi disponibile. Il modo mi fece effetto, in effetti non ero mai stata destinataria di uun atteggiamento così… maturo? Essere “anziane” aveva i suoi vantaggi, evidentemente. “… sto per rientrare… se vuole le posso dare un passaggio così la salvo” Disse scoppiando in una risata. Decisamente simpatica e contestuale all’aggiustarsi la frangia che tendeva a cadergli sulla fronte. Un gesto automatico che faceva ogni “tot”. “Sa che è una buona idea?” Dissi senza curarmi che l’avevo fatta troppo facile. Ero evidentemente più disperata di quanto fossi disposta ad ammettere.
Ok. Avevo avvertito mia madre che aveva acconsentito. “Vai ma stai attenta” mi disse sghignazzando. “Mi è passato il ciclo ieri…” Le dissi mentre ci scambiavamo un bacetto. Quanto a mio padre, non si era accorto di niente, occupato com’era in una conversazione seriosa sul cambiamento climatico che era, secondo lui, ben evidente. Non era un problema, se avevo il consenso della mamma, lui certamente non avrebbe avuto niente da ridire. A casa, chi prendeva le decisioni era la mamma.
Tempo venti minuti e stavamo uscendo dal cancello sull’auto assolutamente soft, constatavo adesso, usata dagli sposi, dove dietro c’erano ancora tracce delle decorazioni di tulle e nastri rossi della sposa destinati a ravvivare il beige chiaro dell'abito vero e proprio. “Lavori per un agenzia di autonoleggi?” chiesi strafottente a quello mentre accendeva a ditate lo stereo dell’auto. “Ah… cosa? Gli auton…” si mise a ridere, cercando una stazione radio che per fortuna nessuna dava canzoni del tipo quella che avevo sentito nella sala. “No…” rise ancora “è la mia!” “Non ti piace?” Aggiunse. Poi spense lo stereo. Il brutto era che nel silenzio dell'abitacolo ogni discorso si faceva più distinto e pure i fruscii sintetici del mio vestito rosso modello "petroleum". “Bella” commentai, pensando che come approssimativo coetaneo degli sposi, aveva, diversamente da loro, un che d’interessante. Ma cosa vado a pensare…
Qualsiasi cosa pensassi, lui la interpretò in maniera piuttosto ovvia e una quarantina di minuti dopo che eravamo usciti dal parcheggio del ristorante, compresi una decina di minuti in una piazzola, parcheggiati dietro un macchione in una strada secondaria, stavamo pomiciando nel sedile posteriore in un modo coerente a quello che si può definire una "maniera pesante". In effetti la cosa andava piuttosto a valanga dopo le precedenti prime schermaglie nei sedili anteriori precedute da un dialogo in stile tono di sfida dal suppletivo sapore generazionale, tra profumi assortiti di sposa, il suo, quello dell'interno della macchina e il mio da gran signora. Nel sedile posteriore, una specie di divano relativamente soffice e piuttosto comodo, lui mi attirava a se rivelando una forza notevole e mi toccava con una sapienza sorprendente destinata al modo da depressa alla ricerca di riscatto che avevo sfoggiato al bacio successivi al primo, già troppo spalancato. La sua era una sapienza che cercavo di emulare ma finivo sempre con massaggiargli il cazzo come fosse un coetaneo già abbastanza duro, sotto i pantaloni. Visto com’era eccitato, mi sentivo in uno stato di grazia attrattivo mentre lui, effettivamente sorprendendomi, non si era buttato rapacemente sulla mia intimità, piuttosto sembrava gradire il mio corpo nella sua interezza visto come mi massaggiava in tutta la mia lunghezza, cosce, chiappe, tette e collo compresi a pieno titolo. Inoltre mi sbilanciava scientificamente, facendo risultare me quasi aggressiva nei suoi confronti; per farlo mi teneva per i polsi, mettendomi spesso le braccia dietro la schiena facendomi cadere pericolosamente in avanti e rivelandomi il potenziale della zona erogena dei polsi. Infatti, decisamente eccitata da quell'interesse per il mio globale, spalancavo sempre di più la bocca per accogliere la sua lingua che nelle fantasie erotiche che cominciavano a fluire nella mia mente immaginavo la sua tra i miei glutei che stringeva e allargava con forza. Quando si sbottonò i pantaloni, il suo cazzo saltò fuori quasi di scatto e restai a guardarlo quasi stupita dalla forma perfetta, ritta, la punta come un albicocca di dimensioni classe A plus. Tempo un secondo e quel frutto finì nella mia bocca, cosa che mi piaceva fare perché i destinatari di quell'attenzione la ritenevano irresistibile. Rivelò però di non durare un attimo come mi sarei aspettata, piuttosto, compresi subito che sarebbe durato un bel po', rassegnata al volerci già tempo ma eccitata di quell'allungarsi costante della colonna percorsa da vene scure. Visto che non c'erano sintomi di orgasmo da parte sua, dopo alcuni minuti sollevai lo sguardo verso di lui per osservarlo e incontrai il suo, di sguardo, che mi ammirava durante la performance orale. Al che chiusi gli occhi come per la vergogna e tuttavia lo presi a fondo per quanto potevo, in preda a una specie di deriva esibizionista. L’unico effetto che colsi fu sentirgli dire “Sei bravissima…” che suonò un po’ umiliante ma mi spronò a continuare. Un po’ stanca di fare sempre la stessa cosa, presi in mano il mio giocattolo per osservalo meditativa. Quando mi sollevai mi fece “No!” Deciso e talmente convincente che quasi mi bloccai. “Non usare le mani…” disse più dolce e io annuii, scansandole e riprendendolo in bocca chiudendo gli occhi. Da lì a usare uno dei nastri rimasti nel sedile per impedirmi di sbagliare, facendomi quasi ridere perché quasi me lo aspettavo. Mi aveva anche bendata, visto che chiudevo spesso gli occhi. "Mi aiuti davvero molto..." gli dissi in un momento di respiro. Ero sicura trovasse il mio commento eccitante. “Ce n’era bisogno, vero?” Mi disse. Prendendo ancora aria riposi "Si, moltissimo..." Ci guadagnai che mi prese per lo chignon mezzo disfatto per farmi baciare il suo cazzo da entrambi i lati. Sembrava impellente il suo orgasmo ma visto che proprio non si decideva chiesi una tregua. Per essere convincente simulai un tono ansimante. Ovviamente me lo concesse ma né mi slegò, ne mi tolse la benda. Anzi, approfittò della pausa per perfezionare il tutto fregandosene che ero praticamente seminuda e senza mutande, rimaste nel sedile anteriore dove me le ero sfilate ai primi massaggi reciproci. Mi chiese se volevo andare in un altro posto. Chiesi “Dove?” e quello lo interpretò come un assenso perché lo sentii muoversi e dopo un po’ sollevarsi e sottrarsi. Poi, perplessa, sentii la portiera aprirsi e dopo sentii la macchina ripartire e muoversi. “Dove mi porti?” Chiesi con una specie di ansia ma quello ovviamente non mi rispose. In preda all'onda erotica che sembrava più mia che sua non badai che il mio atteggiamento era accondiscendente come anche lo era l'adagiarmi sul sedile posteriore. Che non riuscissi a riprendere una posizione seduta, era perché seminuda con il vestito ancora addosso per modo di dire e anche perché con i polsi legati dietro la schiena, la cosa non era del tutto facile. Inoltre ero piena come un otre. L'andare della macchina un quella condizione era foriero di fantasie che cercavo di scacciare dalla testa. Cosa che mi riusciva soltanto in parte.
Non so il nostro, in auto, da quel punto in poi che percorso fosse ma durò abbastanza e prima che finisse, cioè ci fermassimo definitivamente, la velocità che mai fu elevatissima, ne ero sicura, fu sicuramente ridotta fino a che ci fermammo più volte prima di un tratto dissestato alla fine, ipotizzo, del quale ci fermammo e spese il motore. A quel punto sentii la sua portiera aprirsi, dopo un tempo troppo lungo. Sollevai la testa come per guardare nonostante fossi bendata con il nastro setoso. "Dove siamo?" chiesi, disorientata. "Vieni..." mi disse prendendomi molto gentilmente per un braccio. Deciso subito dopo. Seminuda e in preda a un eccitazione come se succhiarlo avesse fatto più effetto a me che a lui, di certo entrammo in una costruzione che, visto com’ero sbrindellata, a questo punto speravo fosse isolata. Se era isolata, inoltre, la cosa aveva un aspetto erotico dirompente e, comunque, dentro quel luogo, dove c’era uno strano odore di polvere misto a muffa, finii presto inginocchiata a fare quello che facevo prima. Decisamente scomoda. Però il suo cazzo mi entrava più facilmente fino in gola, con lui che m'impediva di ritirarmi tenendomi la testa per imporsi, cosa che ci eccitava entrambi. Quanto a lui, ero certa raggiungesse adesso dimensioni maggiori. Ora era enorme e mi accorsi che godeva a sentirmi gemere soffocata. “Sei caldissima… dentro...” Mi disse. Vero: mi sentivo di fuoco.
Mi fece sua, definitivamente, dopo avermi fatta chinare in avanti, adagiandomi con la faccia contro il pavimento e il culo bene in alto. Mi ritrovai con il sesso espostissimo a sua disposizione e così mi entrò dentro, talmente gonfio, pulsante ed enorme che mi sentii squagliare durante la penetrzione che affondò in me con una serie così intensa a tal punto che anziché lui scoppiai, io, in un orgasmo che rimase a stento dentro il mio corpo bloccato per le spalle, tra urletti e gemiti dati da quel mix di forza e dolcezza. Mi resi conto di spingere io stessa contro di lui non resistendo per niente a come mi tirava per le spalle e per i fianchiate difiniva fantastici fino a che non prese a stuzzicarmi l’ano con un pollice, poi con l’altro, facendomi gemere ancora. Quando m'infilò un pollice dentro, con il suo cazzo nel sesso, ebbi comunque un sussulto “Non vorrà…?” Feci solo appena in tempo a pensarlo perché un attimo e lo sentii uscire per subito premermi l’ano. Non mi ribellai, piuttosto trattenni il respiro ancora sotto gli influssi dalle code dell'orgasmo violento che avevo appena avuto.
La cosa che mi sorprese, con la bocca spalancata anche per questo, fu la facilità di come mi penetrò, dietro, lentissimo e a fondo, come non finisse mai. Al secondo tentativo, lo sentii ancora più dentro, finire nel mio nulla di fuoco. Al terzo mi penetrò per tutta la lunghezza possibile che mi sembrò infinita, facendomi urlare. A quel punto, prese a modulare le mie urla, prendendomi a volte con delicatezza altre con violenza, suscitando lampi nella mia testa che nascevano sa dio in quale anfratto della mia pancia. Versi che diventarono in un lamento costante mentre mi farciva, bene in fondo, del suo seme appiccicoso. Fino a che mi abbandonò, slabbrata, nel pavimento.
Venne a recuperarmi dopo un tempo che non fu lungo, cioè ancora non mi ero ripresa del tutto, diciamo. Mi aiutò ad alzarmi e, sempre in silenzio, mi fece fare qualche passo. In tutto quel casino non ero riuscita, nonostante i vari tentativi, a levarmi le scarpe. Sentii qualcosa, come un qualcosa di imbottito, a contatto con le gambe, altezza ginocchia, più o meno. “Inginocchiati” mi disse. Voltai la testa verso di lui, intimamente chiedendo pietà. Invece “Così...” precisò, guidandomi come una giumenta incapace di chiedere qualsiasi spiegazione. Mi accorsi troppo tardi di tenere le labbra semiaperte, come una desiderosa insaziabile. “Ora si” mi disse, spingendomi la testa per prendere nuovamente il cazzo in bocca. Ero riluttante. Lui mi prese la testa come fosse una palla con cui giocare ed io aprii di più la bocca ma non bastava, era nuovamente così eccitato che la dovetti spalancare, accettandolo con schifata rassegnazione fino a che non fu evidente che contro la lingua c'era stato abbastanza. “Ora leccalo tutto” ordinò, cosa che feci con altrettanta riluttanza. Non osavo dire no, ma emettevo solo gemiti di dissenso che lui, seduto, ignorava. “Fino alle palle, dai” Sollecitava estasiato da tutto ciò. Tutto fino a che me lo fece ingoiare di nuovo fino a che mi eiaculò dentro la bocca tenendomelo dentro per farmi ingoiare tutto. Durò talmente a lungo che i segni alle ginocchia mi durarono più di un giorno.
Alla faccia del passaggio per anticipare il rientro tornai a casa decisamente tardi ma per fortuna, nonostante tutte le deviazioni, sempre prima dei genitori che rientrarono che l’ora di cena era passata da un pezzo. Mia madre venne a trovarmi in camera, dove mi trovò, lavata, asciugata e a letto con il tablet. “Sei rientrata da molto?” “Abbastanza” risposi. “Interessante l’autista?” Mi chiese maliziosamente. “Insomma...” Commentai senza guardarla, fingendomi assorta nella pagina elettronica. Vista la mia scarsa collaborazione, rinunciò a continuare e richiuse la porta.
Tornai nella pagina che stavo realmente guardando, un roba di donne legate e altre storie del genere. Era un mondo davvero vasto. E vario. Super-erotico. In proposito, quanto a lui, era stato davvero bravo, dovevo ammetterlo. Lo si diceva, in giro, che i vecchi sono particolarmente efficaci, dovevo aggiornare il concetto: possono essere fantastici. Il fatto divertente era che non sapeva fossi ancora minorenne. Ancora per poco, anzi pochissimo, ma lo ero. A lui sembravo più grande. Me ne dava 26/27. Ridacchiai. Non capiva niente, almeno da quel versante. Gli avevo dato il numero di telefono. Mi avrebbe chiamata? Non so. Potevo sempre dire che non c'ero. Poi "non rispondo alle chiamate", gli avevo detto. Non aveva battuto ciglio e si era concentrato sul monitor nel cruscotto per fare retromarcia.
(1 - continua)
