Come ero finita così, praticamente crocefissa, sconfinava nell’incredibile. Dopo che con Martin facemmo l’amore in modo inaspettatamente classico, nella dolcezza successiva, con nell’aria la promessa di una seconda volta nella quale mi cullavo seminuda e piacevolmente corteggiata dal mio maturo amante, riprendemmo a giocherellare e lui, nonostante fossimo in penombra volle bendarmi con l’ accettabile scusa che ciò potenziava la mia percezione fisica delle sensazioni, cosa effettivamente arrappante. Usò un drappo maliziosamente setoso e funzionalmente elasticizzato, che nonostante mi facesse un paio di giri attorno alla nuca, seduta percepivo i lembi accarezzarmi la schiena. A quel punto, senza sollecitarmi a dire porcate che tutto sommato mi mettevano in imbarazzo, mi aveva fatta alzare per seguirlo, sussurrandomi un “vieni” pieno di promesse che mi risvegliavano definitivamente i sensi e prendendomi gentilmente la mano. Lo seguii pensando a cosa potesse avere in mente.
Così cieca e scalza, attraversai il salone appresso a lui, con quell’incertezza che si ha quando si è cieche, brille, seminude ed eccitate mi lasciavo condurre verso qualche angolo opportuno in serbo da parte del mio amante e mi trovai a scendere una scala di pietra, che sentivo irregolare e freddina sotto i piedi. A quel punto chiesi “Dove mi stai portando?” dettato più dall’eccitazione che da altro, certa che mi stesse conducendo verso qualche gioco erotico al quale non mi sarei sottratta. Per aumentare quell’ansia che Vine in questi momenti dove aleggia un imminenza rispose evasivo con un “Attenta a non cadere” senza mai lasciare la mia mano. Effettivamente, il vano della scala doveva essere stretto perché nel mio barcollare ed esitare ogni tanto urtavo un muro che si rivelava rustico. Però la mia curiosità era più forte di qualsiasi diffidenza e poi, sarebbe stato strano che tutto finisse prima: la notte era lunga.
Quanto a Martin, aveva l’accortezza di procedere lentamente anche quando finirono i gradini e disse qualcosa come “Ora va meglio…” che suonò stranamente attutito mentre sotto i piedi nudi sentivo il contato con un pavimento non liscio, altrettanto rustico. Qualsiasi ambiente si trattasse, sentivo come un odore di cantina, un vago aroma di vini e legno. Certamente avvertii una differenza di temperatura più fresca sulla pelle. “Siamo in cantina?” Chiesi suscitando un verso divertito. “Una specie…” rispose lui, senza lasciarmi la mano. Mi sentii un po’ stupida a pensare come le cantine possono essere luoghi per erotismo. Ma stupida è sexy, si dice e per quanto discutibile, finivo per fare quella parte, personalmente, nell’ambito di un gioco che con un coetaneo non avrebbe mai funzionato così bene. Quando mi disse che dovevo indossare una cosa, in tono molto suadente e messo di fronte a me, certamente, annuii, certa di essere vista e trovai sexy che la cosa fosse “a un polso”, zona che avevo scoperto relativamente da poco quanto potesse essere erogena. Quello che sentii, al contatto e, subito dopo tastandolo con l’altra mano, si trattava di una specie di bracciale o, meglio, proprio di un ampia polsiera, abbastanza morbida da vestire aderente tramite cinghiette larghe e morbide. Dovevano essere borchiate sopratutto attorno a una sporgenza ad anello nel quale però un dito non entrava. “Cos’è?” Chiesi protesa verso di lui, ritornandomi in mente come trovava eccitante legarmi. Glielo chiesi gettandoli al collo le braccia con i polsi preparati come lui voleva. “Ti pace così tanto legarmi?” Chiesi maliziosa e provocante. In risposta ricevetti un bacio sulle labbra cui risposi spalancando la bocca.
Così lui mi sollevò per spostarmi contro qualcosa che sentii con la schiena, sopra il sedere, e le gambe, dietro, che allargavo per accogliere la sua irruenza fisica nei miei confronti mentre il vestito era, minuti addietro, caduto da qualche parte sul pavimento. Lui si chinava letteralmente su me, lasciandomi libere le tette dai capezzoli induriti in maniera imbarazzante. Approfittando della mia arrendevolezza, mi prese per i polsi e, prima uno e poi l’altro, mi sollevò le braccia per mimare una mia disposizione indifesa poi certamente infilò gli occhielli metallici delle polsiere da qualche parte sopra di me perché nel silenzio sentii degli scatti metallici, come dei click insomma e, dopo quelli, non riuscii più ad abbassare le braccia. “Sadico…” dissi, tirando in avanti, provocando tintinnii sexy utili a dimostrarmi come la cosa era solida. Mi sarei lamentata ma lui mi baciò per impedirmelo. Sollevai una gamba e gli sfregai un ginocchio contro il cazzo, che percepii eccitato oltre misura.
Mi abbandonò, per ripresentarsi a baciarmi lungo le gambe mentre riprendevo a respirare, carica di ansia erotica che prese a salire ancora di più quando sentiti le caviglie ricevere lo stesso trattamento dei polsi e con qualcosa di morbidamente simile ed altrettanto efficace. Poi altri click che stavolta mi fecero fare dei versi di protesta. Adesso non potevo più sollevare le gambe. La cosa che non mi piaceva è che dietro sentivo della pelle a contatto con la mia pelle, un contatto che mi dava l’idea che in quella posizione sarei potuta rimanere a lungo. Forse fino a che mi fosse passata la sbronza? Mi considerava pericolosa? Che palle…
Protestai quindi, anche se in maniera che io stessa ammettevo come poco convincente. Di fatto ero impedita di partecipare, rispondere a qualsiasi capitasse come ora, che lui mi massaggiava dolcemente o vigorosamente i seni, in maniera progressivamente più energica tanto da farmi gemere ed emettere versi di desiderio senza osare pensare a cosa mi stesse accadendo di sotto per cui, cercavo di agitare le gambe come quando si sta per farsi addosso. “Ti eccito intrappolata…” Dissi, in preda a una via di mezzo tra ansia ed eccitazione frustrata. “Emma… non hai idea di quanto sei sexy…” mi rispose lui a voce bassa, a breve distanza da un orecchio, causando una specie di mugugno da parte mia. “Ora...” Mi disse, ho capito che di parlare non ne hai molta voglia…” cosa che non mi risultava affatto, e mentre tenevo la bocca semiaperta per lo stupore gli sentii dire un misterioso “per cui… Ecco…” e subito sentii qualcosa contro le labbra.
“Oh merda…” fu quello che pensai “ mentre “Oh, no…” lo dissi quando sentii che quel qualcosa me lo voleva infilare in bocca. Quanto a me, ero proprio una stupida, avevo reso la cosa più facile tra “oh” iniziale e “o” finale. Visto come insisteva potei solo acconsentire, dandomi l’ultima mazzata sui piedi con uno sciocco “Ti prego…” Che non avrebbe convinto neppure un buono, figuriamoci Martin che da amante con tutti i crismi quale era, tutto era tranne che buono. In bocca percepii una sfera, anche piuttosto voluminosa che ingoiai emettendo, quasi spontaneamente, un verso di rassegnazione. Tale ingombro si rivelò strategico e la necessità di deglutire fece in modo da obbligarmi a serrare i denti contro ciò che integrava la sfera indubbiamente fallica con appresso, come percepii quasi immediatamente, una specie di superficie di supporto appresso, che doveva essere fine quanto flessibile tanto che mi aderì presto, tra lamenti che diventarono solo nasali, al contorno della bocca, sigillandola, e parte delle guance in basso. Emisi versi di autentica protesta quando le la legò dietro la nuca perché anche se mi ci fossi messa d’impegno, non sarei riuscita a sputarla via. Tutta quella sicurezza aveva su di me il potere di farmi sentire soverchiata. Quello che sopratutto però mi faceva lamentare era constatare come mi ero eccitata con tutto questo, cosa che mi faceva provare profonda vergogna con me stessa. Da un altro lato, come riuscissi a deglutire, per quanto con grande difficoltà, e anche a respirare, aveva del miracoloso. Però mi spaventava e mi accorsi di agitarmi, legata. “Vediamo soltanto se si adatta…” “Ma cosa?” Pensai, mentre guaivo nasalmente e agitandomi facendo leva sulla la punta dei piedi scalzi. Realizzai che muovermi così mi faceva solo ballare le tette che avvertivo pesanti quindi attenuai, senza rinunciare alle proteste nasali.
Risposi con suoni nasali allo sciocchissimo “Ti piace vero?” che mi sentii chiedere. Agitavo la testa, sentendo la benda che mi tratteneva i capelli. “Ah… si vero? Sai che alle principesse come te capita di essere rapite?” Tacqui, rimando immobile. Perplessa pure quando percepii che si era allontanato, lasciandomi lì ad abituarmi a respirare con il naso ed a gestire, in maniera non del tutto facile, la salivazione che per mia fortuna era davvero al minimo. La cosa fastidiosissima era che mi sentivo i genitali fastidiosamente elettrici e i capezzoli come due ghiande.
Nel silenzio e buio forzato mi lamentai, a mugugni, fino a quando non intuii che lui stava tornando, con mia grande vergogna perché assieme ai suoi passi, notoriamente poco rumorosi, ne sentii altri meno discreti, leggeri forse, non so, ma a me sembrava il classico rumore di tacchi. Idealmente roteai gli occhi al cielo, e non mi fece un bell’effetto sentire “Ida, lei è la mia amica…” da Martin. Se attorno c’era buio, cosa che speravo, probabilmente illuminavo tutto io talmente dovevo essere rossa dalla vergogna per essermi fatta trascinare in quella situazione imbarazzante. “Ah, che carina!” Sentii invece dire a una voce di donna. Quasi immediatamente dopo sentii una carezza tra i seni verso la pancia. Emisi un gemito patetico. La mano era guastata, da brivido. Lui espose un sacco di falsità infamanti sul mio conto senza che potessi replicare. Come adoravo tutto ciò… e che lo volevo, come testimoniava la mia visibile eccitazione che non so fosse autenticamente visibile ma temevo avesse preso una strada autonoma rispetto le mie intenzioni. Messa così, non ero poi del tutto riconoscibile, fu la mia consolazione. “Ma non gli hai messo il collare…” Sentii dire a lei. Ebbi una sferzata di calore che mi percorse il corpo. “Poi senti… forse è meglio allargarle un pochino le gambe…” “Certo” sentii rispondere a Martin che ridacchiò, umiliandomi.
Il collare, morbido e troppo simile alle polsiere e le cavigliere per essere lì per caso, mi fece venire una sferzata di calore che dalla pancia mi si diffuse in tutto il corpo, mentre divaricarmi le gambe, trattenute per le caviglie al supporto posteriore, fu un umiliante obbligarmi a esporre il sesso. La mano di lei mi arruffò i peli pubici dandomi quei brividi che scoprii quando approcciai la masturbazione, anni addietro. Mi vergognavo da morire come quel gesto semplice potesse evocarli. Emisi versi nasali che potevano essere interpretati a piacimento. Questo era definitivamente sconcertante.
Sotto mi sentivo fradicia e mi vergognavo di esserlo. “Meravigliosa” disse invece la donna con un inflessione davvero raffinata. “Che bella che sei…” disse rivolta a me, compresi che era più bassa di Martin anche se non di molto e, sorprendentemente, sentii il suo odore. Il tempo di realizzare che si trattava di un profumo raffinato che mi sentii una sua mano, sempre guantata, su un seno. Mi toccò in modo dannatamente sapiente e prese a schiacciarmi un capezzolo, che gli fu facile afferrare tra le dita. Fino a che emisi un verso di dolore con il naso. “Accidenti, che soda…” fu il suo commento,. Seguito da una risata divertita. Mi scappò una specie di singhiozzo nasale che suonò come un discreto grugnito che non gli sfuggì. “Ah! Porcella!” Disse la misteriosa Ida. “Ho qualcosa per te” mi disse. “Ah… si, lo vuoi? Ma brava…” disse lei senza minimamente avere idea di quello che volessi o meno. “Scommetto non vedi l’ora”, aggiunse. Avevo voglia di piangere ma non riuscii a fare nulla che potesse lontanamente somigliare a qualcosa del genere.
(4 -continua)
