Nel 1831 il giovane Alexis De Tocqueville intraprese un lungo viaggio -che evidentemente poteva permettersi- nell'America del Nord incuriosito dal fatto che lì, una democrazia figlia dell'idea illuminista, fosse in auge già da 55 anni. Il suo eccezionale racconto, un riferimento per il giornalismo a venire, parla di questo popolo capace di superare ogni ostacolo e che ha come mito il west come direzione cardinale -cosa che ammette, senza darsi una spiegazione, anche la californiana Joan Didion- contiene però una riflessione che non può non tornare in mente nel 2025: "raggiunto l'Oceano Pacifico, essi torneranno indietro per disturbare e distruggere le società che si sono formate nella loro scia".
Per Oceano Pacifico intendiamo il mare in se ma anche, forse sopratutto, il simbolo di un limite invisibile quanto invalicabile: il confine tra il mondo che ha alla sua base la filosofia greca e l'oriente, con tutto il suo bagaglio culturale fieramente autonomo, più antico e indipendente da essa. Ciò era noto ad Alessandro il Grande ed anche altri meno grandi ma ambiziosi. Anche americani? Forse.
Di certo i film sul Vietnam, filosofeggiando attorno a quel fallimento, per come tendono in sintesi ad attribuire la responsabilità ai "politicanti" possono dire qualcosa di come sono andate le cose negli ultimi anni.
Chissà?
