Ero rimasta perplessa, in seguito, per come era andata la sera del club-associazione e mi rifiutavo di pensare a cosa mi avesse spinta a recarmi lì. Quanto al termine temporale "sabato tra tre settimane", per chi ha le giornate che si susseguono in una successione infinita di quel tipo d'impegni che io definisco microscopici ma che sommati assieme mi ricordano una scena di Dario Argento dove una protagonista non tanto fortunata precipita in una specie di buca piena di matasse di fil di ferro, sembrano un tempo immenso. L'effetto è che il tempo passa e quasi non te ne accorgi neppure. Questo nel mio caso significava avere il tempo di pensarci e ripensarci, cosa che non avevo fatto ed ero arrivata alla terza settimana, e non chiedetemi perché, convinta che avessi già superato il tempo limite.
Invece, di lunedì, in ufficio, realizzavo che il sabato concordato in maniera unilaterale da quella che nella mia mente continuavo a chiamare "Gabriella", l'avevo ancora davanti e provvidi, anche se non molto convinta, alla fine della mattinata, reduce di racconti di week-ends a base di "solite cose" diluite in un paio di pause caffè davanti alla macchina vibrante che una mia collega aveva trasformato nell'amante ideale completo di contorno di sospiri e commento finale decisamente esplicito "mmm... la tua cremina, me la bevo tutta...". Un numero da teatro a dir poco efficace. Quanto al solito, era capace dei far risultare quello che avevo in sospeso davvero speciale per come il resto era compreso in un range tra "aprire la casa al mare" e sogni esotici di varia natura collegati a quello che sarebbe venuto dopo le pulizie e che regolarmente, lo sapevo per esperienza, non accadeva. A questo solito, una collega opponeva la sua fissazione per le crociere di cui parlava in maniera entusiastica delle scorse passate a bordo di queste città galleggianti. Racconti che mi sembravano appartenenti a quella trasposizione nel fantastico come si fa per le vacanze adolescenziali che in seguito idealizzi e che ascoltavo facendo finta di non conoscere come stavano realmente le cose, facendo finta di partecipare con le mie innate doti d'attrice, mentre in realtà trovavo agghiacciante questo tipo di cose che nel complesso mi ricordavano i dieci anni di matrimonio e, nel caso delle crociere, per quanto la nave fosse grande, ero intimamente irremovibile sul fatto che quelle fossero specie di trappole e mi chiedevo quale divertimento ci fosse in tutto ciò. Ma forse era sufficiente questa sensazione di cambiare dimensione per rendere tutto più interessante? La mia collega si entusiasmava molto dal fatto che occorreva portarsi appresso anche un abito da sera. "Ooh, interessante..." dicevo io. Mi rifiutavo d'immaginare il mio ex endocrinologo in thigt da convegno americaneggiante, a Bangkok.
Detto questo, prenotai un appuntamento con l'estetista per il giovedì successivo convinta fosse pressoché impossibile mentre invece, guardacaso, proprio giovedì aveva un buco dove infilarmi alle 14:45 perché un altra aveva rinunciato proprio 5 minuti prima. Stupita, ascoltai quella ridacchiare al telefono per l'accidente del doppio senso. Rientrata a casa con la sensazione che tutto ciò fosse un segno del destino, anche confortata dal fatto che l'estetista sarebbe servita comunque nonostante fosse un po' presto ma con il cambiamento climatico la stagione era imprevedibile, mentre mangiavo per modo di dire, rispondendo contemporaneamente ai messaggi di mia figlia che dopo l'ennesimo week-end soporifero con il padre sembrava una tornata nella grande città come quello dopo un periodo trascorso in una sonnolentissima provincia dove il divertimento maggiore era contare le pecore che pascolavano nel declivio. Contemporaneamente presi la bustina che Gabriella mi aveva rifilato e me la posai davanti come si trattasse di un qualcosa di pericoloso. Perché fino a quel momento avessi resistito alla curiosità era un mistero.
La aprii quando i messaggi cessarono per evidenti altre priorità da parte della mia egoisitissima interlocutrice e pensai che non avevo perso niente. Conteneva un biglietto che non diceva un granché, c'era solo un indirizzo e non era quello del club. Dietro c'era invece un orario. 22:30. Boh.
Andai comunque a vedere di cosa si trattava l'indirizzo il pomeriggio seguente e ci andai in macchina. Era una specie di sartoria, tra l'altro cinese. Roba da grattarsi la testa perplesse. L'unica cosa chiara è che difficilmente li avrei trovati aperti alle 22:30. Parcheggiai con relativa facilità non molto distante e dentro il negozio, nel solito casino dei cinesi mi venne incontro un vecchio, sorridente, che al mio buongiorno rispose con un informalissimo "ciao". Nel non sapere cosa dire, dissi comunque che ero stata mandata lì e... Al che, sorprendentemente, non mi fece nemmeno aggiungere altro "Nome?" disse efficiente, alla faccia dell'aspetto. "Alessandra" dissi pensando "adesso voglio vedere che fai..." al quale rispose con un "Ooh...." che era tutto un programma. Mi chiese di seguirlo e ci addentrammo in corridoi di merce stipata alla loro maniera in un odore di idrocarburi che mi faceva pensare che mai e poi mai ne avrei indossato uno.
Con mia sorpresa, invece, i vestiti per "Alessandra" (che poi è il mio vero nome) erano due ed entrambi in seta. Uno, rosso ciliegia, era un abito evidentemente da sera non molto differente da quello di Gabriella, spacco compreso. Sorrisi, osservandolo. Non mi sembrava il caso di entrare in competizione. L'altro, per il quale optai, quindi, era altrettanto da sera ma un completo, scollato, con pantalone che lasciava la schiena nuda ma era opportunamente nero, colore certo più versatile e, per certi versi, più originale. Nonostante la scollatura davanti copriva bene e si legava al collo mentre in vita, per com'era fatto, doveva vestire perfetto, se no sarebbe scivolato giù, dietro. Il pantalone, largo di gamba, era sagomato in maniera da appendersi e si chiudeva con una zip posteriore. Ero scettica sulla vestibilità ma mi piaceva di più. Guardai il cinese che comprese le mie perplessità . "Deve misurale... io aggiusto..." Lo guardai fin po' scettica sui tempi. "Domani è plonto..." Mi fece, leggendomi nel pensiero o, forse, ma ci pensai dopo, istruito in maniera opportuna. Feci un movimento di sopracciglia che significava "vedremo" mentre quello, incurante, aggiunse. "Ci sono anche scalpe!" A questo punto ero davvero sorpresa anche se la scelta era limitata al colore. "Non deve pagale niente" mi disse annuendo, sorridente e rassicurante. Credo di aver sgranato gli occhi. Quindi le presi in mano, e se certamente delle imitazioni erano ben fatte, come imitazioni di Gucci con tanto di vezzoso -e sexy- cinturino alla caviglia. La scelta era o rosse, o nere. In vernice e verrebbe da dire "ovviamente". Il che accentuava la fattura in una qualche materia plastica dal palese effetto-vernice. Il vecchio sorrideva come se capisse benissimo il dilemma estetico e presa dall'euforia money-free presi le rosse, facendolo felice. Ma pensa te...
Poi stavo per dimenticarmi la parrucchiera che però per il giovedì non aveva posto, nemmeno il venerdì ma il sabato si, a patto fossi stata disposta a saltare il pranzo. Tra quello e il fatto che sta cosa, per come era riuscita a compiersi, compreso l'abito che effettivamente ora vestiva in maniera decente sotto una giacca nera della lunghezza giusta che non era certo di grand firma ma che avrebbe sortito perfettamente lo scopo di coprirmi spalle, schiena e culo.
Indecisa fino all'ultimo, persino quando mi vestii e mi truccai, con la bella idea d'indossare, sotto, della lingerie che usavo ai tempi del grande incontro con quel coglione che mi aveva rovinato la serata tre settimane prima, un po' perché era in un certo senso responsabile di tutto questo, pertanto valeva significativamente la pena? Non so, ma l'avevo presa e usata una volta sola e se non l'avevo gettata via era solo perché era costata il classico botto. Strano ma vero, il reggicalze mi dava benissimo, forse un po' strettine ma nel complesso stava bene. Non so, ma essere così intanto rafforzava la mia autostima.
Alle nove e mezza, da casa chiamai un taxi dal quale mi feci portare in un incrocio della stessa via direttrice dell'altra volta e, scesa lì indossando occhiali finti da vista e un foulard al collo che non guastava con la giacca comunque leggera, un peso che non comprerei mai, visto che il tempo è pazzo e le notti tendono ad essere belle fresche
Manco avessi voluto farlo apposta, anzi, se lo avessi voluto non ci sarei riuscita mai -era un altro segno del destino?- alle dieci e mezza esatte ero alla porta del club che era lì, esattamente come l'altra volta. L'effetto che mi fece fu lo stesso, non come in altri casi che la prima volta sembra tutto decente, la seconda vedi un sacco di difetti. Quindi suonai il campanello, esattamente come feci la prima volta e restai in attesa.
Ma non successe nulla. Pertanto suonai una seconda volta.
(4 - continua)
