Merito della notte, attraverso il vetro la vedo giungere come dovesse risolvere un incombenza verso la porta d'ingresso dietro la quale ci sono io che ora mi chiedo come ho fatto a farmi convincere ad andare lì. Snella, bella camminata, quasi atletica con tacchi, tra l'altro. Essenziale abito lungo color canna di fucile, ad occhio e croce, spacco sulla sinistra, non s'intravede nessun elastico eppure ha la gamba fasciata da collant, certamente. Poi il resto, capelli corvini ondulati di discreta lunghezza e raccolti in maniera confortevole, nessun dettaglio vistosi. Giunge osservando un punto alla sua destra, molto tecnica, a metà altezza. Non mi da l'idea che si debba mettere a provare gli interruttori, insomma. Avrei osservato la mano ma è stata troppo rapida e poi sono distratta dal suo sorriso che non sembra di circostanza ma provo l'impressione sia sincero prima di sporgersi un attimo verso la direzione verso la quale aveva guardato un attimo prima e che ora non guarda più, concentrandosi su di me che immediatamente sento il discreto brusio molto sottile di una serratura elettrica e uno scatto quasi impercettibile. Nel complesso meno rumore di una efficiente porta automatica. Mi apre la porta e a quel punto sorrido anche io. "Buonasera!" mi fa quasi allegra. Lei è un tipo decisamente olivastro. Pelle molto curata, rossetto impeccabile opaco, leggero trucco smoke agli occhi. Assieme al vestito compone una figura molto elegante che sembra trovarsi molto a suo agio, da fare invidia. Rispondo mentre lei mi fa "Prego..." mi fa, con un bel sorriso e il gesto opportuno. Richiude la porta. "Mi segua..." dice con un aria che sembra divertita. Andiamo oltre la tenda, dove il corridoio continua ma è completamente arredato di nero, pavimento, pareti e soffitto. La luce tenue mi fa capire che la volta è ad arco. Mentre camminavamo attraverso si volta a guardarmi. E' davvero agile e io abbasso la testa perché ero con il naso all'insù. "Non me lo aspettavo..." dico mentre osservo. La faccio ridere. "Mi segua..." ripete. Entriamo in una piccola stanza, stessa luce tenue, una finestra che poi si rivela finta, un tavolino che sembra in legno scuro e che poi, quando mi siedo, capisco che è in vero legno. Due sedie apparentemente scomode che invece si rivelano confortevoli. Dei fiori finti in un vaso d'argento. Non ci sono posacenere.
Nella stanza non sento nessun odore sgradevole, ma nemmeno odori ruffianamente manipolati. "Lei non è mai stata qui?" Domanda molto retorica, penso lo sappia benissimo e se non lo sa, lo avrebbe intuito chiunque visto come mi guardo intorno. "No, mai..." "E come..." Vista la premessa interrogativa non la faccio finire "E' stata un idea del mio tassista..." ammetto. Mi sembra la cosa migliore da dire, la verità. Lei ride con discrezione, portandosi la mano alla bocca. Ride in maniera molto più esplicita quando le dico che era "un libanese" perché non ne conosco il nome, specifico. Gli occhi, scuri, le restano con la stessa illuminazione. Credo di essere divertente sul serio, ai suoi occhi. "Lo conosco... è un buon filosofo" aggiunge. "Ho avuto questa impressione..." Sorride nuovamente. "Le assicuro che non è banale" aggiunge con l'aria di voler chiudere il capitolo. Infatti, subito. "Posso offrirle da bere?" "Uhm... si, va bene" non mi chiede cosa. "Aspetti solo un istante e la vedo scomparire oltre ingresso. Non dev'essere andata molto lontano perché ricompare quasi immediatamente. L'immagine agile che ho di lei si rafforza. In quell'istante ho cercato di aggiustare la mia posizione sulla sedia perché mi sento una patata. "Lei è molto elegante" mi fa, come mi leggesse nel pensiero. "Grazie" rispondo, sperando non la mettiamo sul personale. Subito dopo arriva una, capelli biondi lunghi con due trecce, occhi chiari, vestaglietta da cameriera, nera, molto sobria ma che a giudicare da come cade sembra essere in seta. Avrà al massimo 25 anni. Non guarda nessuna di noi due e appoggia sul tavolino un vassoio scuro decorato da un giro di fiori piccoli che in quella luce risultano giallognoli, con su due bicchieri di dimensioni importanti, con una fetta d'arancia infilata nel bordo, e una specie di cartellina nera, di quelle che si usano per metterci dentro il conto, da un lato, che la mia ospite prende per spostarla accanto a se. Poi m'invita a prendere uno dei drink. Prendo quello di destra, rispetto a me. I bicchieri sono equidistanti. La cameriera scompare silenziosa e discreta com'è apparsa. Sulla moquette i tacchi non fanno rumore.
Assaggio. Campari Sprizz. "Grazie" ribadisco. Sorrido. La mia ospite beve anche lei, gli occhi illuminati in un espressione divertita. "Si sarà chiesta che tipo di club sia questo, immagino" Annuisco e sorrido. In effetti me lo stavo chiedendo. Inoltre quest'ultima apparizione mi ha un po' spiazzata anche se, una che serve, nei club, non è certo una sorpresa. Ma non me l'aspettavo così... elegante? A questo punto, che mi chiedessi di cosa si trattasse era il minimo... "Bé non si tratta di un club vero e proprio, in effetti... cioè lo è..." dice quella agitando una mano poco avvezza ai lavori manuali "ma diciamo che è come un associazione no-profit, ecco" Poi riflette un attimo. "Non pensi male... un associazione non sta scritto da nessuna parte che dev'essere a scopi umanitari... noi... insomma, non usiamo queste prosopopee o, se preferisce, ci vogliamo emancipare da questo tipo di retorica... che fa scegliere sempre delle didascalie tipo circolo culturale... escludo che qui produciamo cultura, ognuno viene con la sua." Poi s'interrompe, così, bruscamente. Stavo prendendo un sorso. Per quanto sibillino, quello che aveva detto era condivisibile. "Naturalmente solo una parte degli affiliati -continua lei, fluente come un avvocata- se vogliamo usare questo termine, conosce l'identità degli altri affiliati... io sono una di queste: sono hostess, qui, non sempre ma stasera si. Ma a volte è carino fare la hostess. Lei è divertente sa?" "Sarei tentata di dire "davvero?" ma mi trattengo. Quella continua. "Nel suo caso, per esempio, lei, non è tenuta a dire chi, anche se, se vuole, può dirmi anche un nome di sua fantasia. Solo il nome, nessun cognome", precisa. "Alessandra..." rispondo, provocando l'effetto illuminazione dei suo occhi. Strisciando le labbra una contro l'altro, commenta "carino... nessuna Maria ecc ecc?" Infierisce, ma stavolta rido io. "No-no" dico. Quella torna seria, o perlomeno, sembra diventare più seria, mi fa "Alle nuove, in genere si dedica una serata personalizzata..." e sono certa di aver aggrottato le sopracciglia. "Consiste in..." e prende la cartellina come per esaminare il contenuto, sembra riflettere mentre lo fa. Un medico che legge gli esami. "Allora dunque..." Questo se lei accetta per giovedì sera. Della prossima settimana, s'intende" Toglie dalla cartella un cartoncino che rivela essere una fotografia. Me l'avvicino, si vede un uomo, in penombra, formale, seduto in un divano dall'aria art-decò e un pezzo di un camino nello steso stile. Idem per lo sfondo. Per una serie di motivi, scuoto la testa e alla hostess questo basta e avanza. Mi mostra la seconda foto. Un uomo in piedi, con una donna accanto, seduta in un sedile primo di spalliera. Ambiente leggermente anni '60. Carini. Volti sfumati, non saprei riconoscerli, effettivamente. Una coppia? "Sarebbe per il venerdì successivo..." precisa la hostess"Non il venerdì dopo, quello della settimana successiva." Precisa. La mai aria scettica la diverte. Bevo un altro po' del mio Campari. Credo di fare, per quanto smorzato, un no con la testa che lei percepisce nitidissimo, stranamente prendendo tutto quasi con entusiasmo: il luccichio divertito dei suoi occhi scuri è evidente. "Bene!" commenta infatti. Anche lei beve un sorso di Campari. Poi continua "In tal caso non le resta che questa possibilità, sarebbe per il sabato tra 3 settimane..." e mi porge la terza foto che guardo decisamente incuriosita, due uomini e una donna. Come sarebbe a dire "Non mi resta che questa possibilità?" me lo chiedo e non bisogna essere dei geni per capire cosa implica. Tra l'altro lei procede come l'espressione interrogativa che mi sento in faccio fosse un "quasi si" che mi spinge a osservare meglio le foto. Stesse sfumature dei volti. I due sono fisicamente posto, certamente. Lei anche. Lei è leggermente imperiosa, appena in avanti rispetto ai due, uno leggermente dietro, rilassato in piedi, e l'altro circa a fianco però seduto in uno sgabello da bar, composto. L'ambiente è scuro, non distinguo particolari che mi faccia capire un epoca. Sono classici, in un certo senso. Lei ha i capelli raccolti e un vestito senza tempo, i due sono in abito, l'effetto senza tempo continua. A volerci fantasticare su sembrano un trio jazz con cantante, lei ha l'incarnato più chiaro rispetto ai due. Annuisco. la hostess mi dice "Brava! Ottima scelta" Non sono sicura di aver scelto niente. "Poi -aggiunge- c'è più tempo per pensare da qui al sabato, un ottima cosa" mi fa.
Per il resto, non visitiamo il locale anche se sarei stata curiosa di farlo. Sopratutto, anche se sembra stupido, perché si chiama Heaven 17 e non 16 o 18. Che dilemmi che ho, eh? Poi la hostess mi accompagna all'ingresso e l'ultima cosa che dice, prendendomi a braccetto, è "Sarei davvero contenta di rivederti". E un gran sorriso di commiato. Lei sa come mi chiamo, io non so altrettanto. Aveva una faccia da Gabriella. Poi lascio perdere: non ne ho mai indovinata una.
Fuori dalla porta, che sento richudersi alle mie spalle, non mi volto, salgo i tre gradini e svolto nella direzione che ha preso il taxi tanto tempo prima, o così almeno mi sembra. DI fatto se è passata un ora è molto. Quindi mi allontano a piedi. Alla fine della strada, svolto l'angolo e percorro un altra strada, molto simile, fino a raggiungere una direttrice più trafficata. Faccio un altro tratto a piedi e mi fermo in una piazza che ormai è una rotonda, vicino all'ennesima edicola chiusa per sempre, prossima all'anello di strisce pedonali tutte attorno. Lì, guardando le macchine che passano chiamo un altro taxi, di un altra compagnia.
(3- continua)
