Ambientato in New Mexico, Honey Don't è l'ultimo film di Ethan Coen che, a quanto pare, non è un successo nelle sale... ammesso che nelle sale abbia ancora successo qualcosa. A volte penso che i critici parlino di tempi andati come certi personaggi delle storie a base di nostalgia: "Una volta questa valle era verde, i cavalli -o le pecore- pascolavano quiete e si abbeveravano al fiume... facevamo le passeggiate... guarda come l'abbiamo ridotta..." Alludendo ai capannoni che si vedono sullo sfondo, i parcheggi di TIR, i centri commerciali con tutta la loro costellazione d'immancabili fast food dai colori e scenari serialmente allegri. Resta in sfondo tutto lo scazzo che ti viene a furia di frequentare posti dai passaggi obbligati cui si accede tramite strade che sono l'ultimo grido per la vostra sicurezza, spesso ricordata da pannelli a Led dove compaiono queste scritte che sembrano promosse da una versione buona del grande fratello che non dorme la notte pensando al nostro benessere, nume tutelare di questi posti  dove c'è solo da comprare e la trasgressione è pensare a sogni pornografici che, ahimè, sono altrettanto standardizzati come il voyeurismo di quelli che popolavano certe community social oggi anime in pena in cerca di upgrade della loro mania che considerano raffinata quanto innocente perversione.

Il bello di Honey Don't, opera che ritengo "una ricerca sul linguaggio", è proprio questo considerare questi elementi che sono di sottofondo, universali nel mondo occidentale, un sistema che negli USA ha probabilmente le sue manifestazioni più estreme: siamo insomma come nell'atletica, se il primo nel salto triplo raggiunge gli 8 metri e 80, il ventesimo della classifica salta comunque 8 metri e 50. Non so se ho reso l'idea...

Quindi, abbiamo in sottofondo lo sbando che è rimasto tra un passato che suona irripetibile (la casa modello "sogno di una volta" della coprotagonista), strati di decenni di ciarpame acquistato a prezzi sempre più bassi (per stipendi sempre altrettanto più bassi) per continuare a garantire a chiunque il sogno di vivere nell'abbondanza -ovvero nello spreco- e coltivare status symbol con un occhio di riguardo verso gli anni d'oro di questi miti, il famoso dopoguerra. Un tutto che ha avuto il "merito" di trasformare in ciarpame anche quelli che una volta venivano definiti consumatori e che oggi sono da tutti considerati "utenza". 

In proposito del ciarpame, tempo addietro rimasi folgorata dalle considerazioni che un esperto di giardini faceva in un articolo che trovai su una rivista specializzata: "... consiglio di usare un annaffiatoio in rame, per irrigare i vostri vasi, perché è un oggetto che sottolinea la qualità del gesto..." Rimasi qualche minuto a meditare su questa qualità del gesto che, unita all'affermazione secondo la quale "per vivere bene bisogna circondarsi di bellezza" che unite mi fecero venire delle idee, compresa quella che nessuno pensa alla qualità dei gesti che si fanno quando si è da sole, impegnati come siamo ad indirizzare il nostro budget verso ciò che si può esibire. L'unica cosa che posso dirvi è che tutto ciò è vero: sono cose che fanno vivere meglio anche se contestualmente sono certa che i più considerano migliore ciò che sembra. Motivo, quest'ultimo, certamente decisivo nell'affermazione sul mercato delle auto cinesi. Lascio però dipanare la matassa agli esperti e strapagati esperti del settore e a coloro che percepiscono stipendi da company che per ovvi motivi stanno tagliando il personale. Tutto assieme al dettaglio che negli USA, circondarsi di bellezza, è veramente difficile. Al riguardo degli USA, persino gli inglesi, che consideriamo a torto come tipi che percepiscono gli USA come una specie di continuum, quando vivono lì sono in moltissimi casi afflitti da una stranissima nostalgia che si manifesta in sfumature e non in quella forma pedante tipica del nostro caso dove, nel norditalia, procura ad alcuno la qualifica di "terrone" per via di quell'idealizzare e straparlare della terra delle origini senza riflettere che si tratta di ricordi pervasi d'illusioni...

Dicevo quindi, il film è efficace a descrivere un mondo distrutto da se stesso e dalle prospettive, oggi realtà, dei propri miti; come la coppia che nel film afferma di non prendere l'autobus perché "non ci mischiamo con quella gentaglia, io guido..." dice lui, che vi assicuro non dimostra di vivere tra la moneta. Oltre che, se proprio vogliamo parlare di gentaglia, se pensi chi hai vicino nelle auto che sono intorno a te nelle strade dell'area metropolitana, e di come sono manutenzionate al risparmio-ciarpame quelle macchine, ti assicuro che parcheggi da qualche parte e non tocchi più il veicolo a meno di non essere costretta.

Per contro, autobus non è sinonimo di scassone, con il vantaggio che ti permette di constatare "cose sociali" tipo quanta gente trascorre il suo tempo swappando video sullo smartphone e con quale abilità: in molte occasioni mi sono trattenuta dal chiedere "ma vai a caso o usi un qualche criterio?" perché, se possedessero un criterio, questo m'incuriosisce molto. Se trovo il tipo che non ha l'aria di rispondermi "fatti i cazzi tuoi, puttana" vi giuro che lo faccio. Vi dico subito che "la gente" anche al cinema fanno la stessa cosa. Tant'è che la luminosità degli schermi da 7 pollici in su rende quasi inutilile luci di cortesia che, comunque, sono sempre illuminate a indicare perlomeno le uscite di sicurezza in caso d'incendio. Grazie signor grande fratello buono, instancabile nume tutelare di noi comuni mortali, anche in questi posti completamente automatici dove, tu, resti comunque onnipresente e dov'è inutile che il balordo mette la felpa da hacker perché strisci il codice del biglietto in una miriade di controlli.

Ecco, per essere un film decente, Honey Don't va visto in sala e così non dico sia perfetto ma è certamente diverso da come lo vedresti in casa tua, specie se circondata da cose che possono essere bellezza. In questo caso, in una casa dove sia presente anche solo un minimo di bellezza, il film è meno efficace: potenza della location, come sa chiunque va al BK dopo essere passata per il The Loft e le Terme, insomma.

Parlando di locazione IW mi viene in mente il lesbismo con accessori della protagonista: è proprio roba da BK, Loft o Terme. Violento, esplosivo e un filo brutale, orientato su dialoghi certamente molto arguti (decisamente molto rari IW ma forse è solo colpa nostra). Quanto ai maschi, film o IW siamo sullo stesso dannato piano con il santone di turno che è un cultore delle donne sottomesse che indossano parure BDSM in plasticaccia acquistate online.

In poche parole, Honey Don't è un bel parallelo. Il suo sense of humor, però, IW ce lo sogniamo. Almeno per ora.

Tutto ciò detto, dedico quindi, credo giustamente e certamente sorridendo, questo post a Jo...