Il Corriere della Sera, qui, parla di biografie truffa ma è un modo che non condivido di definire la questione e, aggiungo, per me il problema proprio non esiste nel senso slang dell'espressione. Infatti si tratta, secondo me, di invenzioni letterarie che sarebbero legittime se non si ponesse il problema che l'autore di turno non si è accontentato di essere un autore letterario, piuttosto ha preteso di diventare autore di se stesso, creando una star affermando si trattava davvero della sua triste storia, quindi adeguando la sua fisicità ad uso e consumo della multimedialità in funzione di rendere questa "verità" più credibile. A questo punto si sconfina, si, in quella particolare truffa che è rompere quel legame di fiducia che il lettore stipula con l'autore. Con tutto il resto che potete leggere nell'articolo.

La problematica è però interessante: prendiamo (attingo da Wikipedia) il caso di Sarah, un romanzo del 2000 scritto da J.T. Leroy, pseudonimo della scrittrice Laura Albert, che ha definito tale identità fittizia come "un avatar", spiegando che le ha permesso di scrivere di cose che non sarebbe stata in grado di narrare nei suoi veri panni. E' una sciocchezza: uno scrittore deve essere colto, perché deve declinare correttamente i verbi, ci mancherebbe non lo sapesse fare, ma con quella cultura che viene alimentata dall'osservazione (esattamente come funziona la cultura scientifica degna di tale nome). Non gli è richiesto di indossare panni ma di osservare, con la finalità di scrivere un racconto o qualcosa del genere. Piuttosto, indossare panni è una qualità che devono possedere le mannequins, non gli scrittori. 

Però, ora, filosoficamente parlando, tra questa definizione di essere "come un avatar" e altre assortite sensazioni che vengono leggendo sommariamente questa storia, tutte tendono dannatamente a farmi pensare a certe dinamiche SL, compreso quel modo di definire la propria esistenza digitale con quello sciocchissimo "faccio qui quello che che nella realtà non mi posso permettere di fare", sottintendendo per quello che ingoia senza fiatare, che in SL "si fa" e non "si rappresenta" come sarebbe invece più corretto dire. Adesso, lasciamo perdere quel modo di ripetere pedissequamente cose che lette velocemente in profili sembrano sensate e riflettiamoci un attimo: cosa facciamo in realtà su SL? La risposta è: niente... se non, grazie a un complesso gioco di specchi, incidere in qualche modo in primis sull'umore di noi stessi e, nei casi migliori, anche sull'umore di altri. Come? Come incide su di noi un film, un libro o, più in generale, una storia.

In pratica, noi siamo tutti autori.

Lo so, qualcuno -specie gli amanti della semplicità- ripete di essere in un modo qui e nello stesso modo nella vita reale. Vi dico soltanto che non fa differenza se affermate di essere un vero sportivo, una casalinga o un transgender, qui e nella vita reale: qualsiasi cosa diciate di fare qui e di là, di essere qui e di là, state solo avvitandovi attorno al solito concetto "faccio qui quello che che nella realtà non mi posso permettere di fare". E' una truffa? Secondo me, no. Almeno fino a quando non vi viene in mente di farvi pagare per andare in TV. Ricordo un avataressa (che nel frattempo si è dissolta dalle scene) intervistata da La Repubblica qualche mese prima che io esordissi nel metaverso: era un pericoloso avvicinamento al caso Leroy?

Non credo, era solo una portatrice di sicumera digitale. il che è diverso dal prendere per il culo editori che danno spazio a chiunque scriva insensatezze sognando di scoprire il nuovo Thomas Pinchon, stars ambiziose dalla carriera consolidata attorno all'idea di essere maledetti (non si sa mai che si pesca un nuovo Baudelaire, la in mezzo) che vi danno udienza per incrementare la propria fama, appunto, di "maledetti"; così come è diverso dal raccogliere soldi per cause nobili e strappacuore e poi pagare se stessi per il ruolo di "immagine & mediazione". Non mi riferisco a nulla di accaduto, sto solo immaginando. Però nella stragrande maggioranza dei casi questi sforzi per smentire che siamo una fiction sono stati effettivamente stucchevoli.

Invece che prendere quella che per me è la retta via della fiction, scivoliamo nel crinale del mieloso/nauseante/trasgressivo come il riassunto nella copertina dell'edizione italiana di Sarah che porta come sé la solita visione del camionista, razzista/classista, banalità destinate a un pubblico intimamente conservatore, politicamente centrista insomma, che sa leggere solo nel senso tecnico del termine ma, di fatto, vive in uno stato di torpore intellettivo avulso a furia di vivere in ambienti apparentemente permeabili ma di fatto isolati dall'esterno tra vetri degli uffici e vetri dell'auto. Una vita che corredata dei mezzi di comunicazione oggi sono a disposizione, ti fa pensare il mondo come qualcosa da evitare. Vetri come domopack, che isola e trasforma gli isolati in voyeurs che fantasticano sulle visioni dei panorami degradati che attraversano quando si va e si torna dai suburbi. Non è sorprendente a questo punto che uno su "tot" di questo complesso sociale non faccia altro che pensare a fottere, in ogni sfumatura del senso della parola. Diciamo che tutto ciò ha i suoi bravi paralleli con una certa percentuale di utenti SL che ignorano a loro volta che il mondo dei camionisti è cambiato. Non è l'unica cosa che ignorano ma tornerò sul discorso. Tutti indizi che mi suggeriscono che la scrittrice che usa per se stessa il sostantivo avatar non sia filosoficamente un portento.

Il pubblico è incolpevole? Sinceramente non lo so: probabilmente no, perché adagiarsi nel torpore non fa, di chi lo pratica, un innocente. Stendo un velo pietoso di chi negli anni si è adagiato nella replica con esselliani mezzi di questa melma più o meno immaginaria, più o meno masturbatoria.

Allargo a questo punto il discorso ai politici con la tendenza attuale di correggere con modalità che per noi che facciamo fiction (cosa ben diversa dal dirigere stati) sono quasi solite. Parlo di quel correggere la propria immagine ad uso e consumo di un pubblico che in questo caso è elettorato che consiste nel farsi rappresentare da filmati accuratamente angolati per trasformare una piazza semivuota in una piazza strapiena, urlo delle foto dove sembrano di un età anagrafica stabilizzata nel massimo splendore adulto e parlo anche di certi curriculum vitae: se si parla di truffa verso gli autori citati nel commento giornalistico che ha stimolato questo mio post, ciò che offre la politica-spettacolo, in auge da molti lustri, è una truffa? L'elettorato, nell'avvallare tutto ciò, è "colpevole" o "innocente"?