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Alla faccia dei proclami di qualche tempo fa, Facebook con tutto il resto non mi sembrano diventati il metaverso di cui parlava Zuck nel suo slancio di assurgere al pretenzioso olimpo dei ricchi sfondati che vivono di annunci per la sconfinata platea di poveri di spirito che li adora e sostiene. A meno che per metaverso non s'intenda quel qualcosa di invisibile formato da una sequela di "canali comunicativi" tutti con il loro brandname, certamente presentissimi nella vita di chiunque anche in posti remoti, che anche presi nel loro insieme non mi sembrano formino qualcosa di coerente al concetto di "metaverso" come ne abbiamo sempre parlato da queste parti, anche se, è giusto dire che le visioni, quando si materializzano, potrebbero anche essere differenti da come le immaginavamo, condizionati da autori come Neal Stephenson.
Facebook (nomino il più famoso che ai suoi esordi fecce tremare SL), benché immateriale, nel suo particolare mi ricorda una di quelle navi arrugginite spiaggiate in Liberia. Bisogna però riconoscere che il suo dilagare fu possibile perché il sistema possedeva indubbiamente una sua forza (compresa la potenza del pettegolezzo) che, rispetto ad SL, giusto per collegarmi ad antichi discorsi, consiste in primo luogo nella sua facilità e nel suo essere, parallelamente, un prodotto filosoficamente vicino a come s'intendono i prodotti di massa che tutti intendono come rappresentanti della democrazia. E' la democrazia del consumo che afferma tra le sue righe non scritte che anche il più povero può bere la stessa Coca-Cola che beve una celebrità . Poi non ci si è fermati a questa bevanda e l'oggetto democratizzante, che è sempre del desiderio, è diventato volta per volta qualcos'altro fino ad arrivare a comprendere divorzi e vacanze, queste ultime non è un caso che da un certo punto in poi, sono interessanti se "instagrammabili".
SL, per quanto anch'essa presenti aspetti "social", è differente da tutto ciò con il vantaggio di non presentare quel pericolo di diventare gli avatar di se stessi come si rischia di diventare nei luoghi del metaverso che nessuno dei suoi milioni e milioni di utenti chiama così. Per pericolo intendo effetti collaterali che rischiano di corrodere l'identità di ciascuno come quello che pubblicava sul social il suo partecipare a festicciole varie e aveva il suo profilo pieno di foto sorridente con un bicchiere in mano che, quando è morto per un incidente stradale durante una vacanza, tutti pensarono: sarà stato ubriaco anche stavolta. Circa la stessa cosa capita per la ragazza uccisa che pubblicava foto di se stessa truccata in maniera fantasiosa fino ad altre alterazioni di se stessi che stravolgono le identità , compresa la gente che finge di essere dinamica, o affabile, mentre di fatto è tutt'altro. Alla faccia che le foto sono verità e che i pubblicati non si trattassero di "persone nascoste dietro un monitor", accusa che tra utenti di SL fondamentalmente secondo la vecchia morale che "la volpe, quando non riesce ad arrivare al lardo, dice che è rancido".
Che noi siamo rappresentazioni è difficile da comprendere sopratutto se l'unico interesse che giustifica la presenza online, come assecondando una vocazione, è nei molti profili SL che sembrano tuttora composti immaginando di comunicare con un possibile partner. Parallelo è il trascinarsi nel tempo di questioni sul come la vita virtuale è tutta un altra cosa rispetto alla "vita reale" (ottima carta da giocare per intendere: qui facciamo sesso ma scordati che tutto ciò possa essere il preludio di qualcosa di simile nella realtà . In tal senso basterebbe dire: non siamo ragazzini che di punto in bianco possono fare 2000 Km per incontrare un "idea" perché la fase di determinati sogni l'abbiamo superata. Un capitolo a sé sono coloro che continuano a raccontare di "essere" una copia di se stessi o stesse come sono in realtà . Specialmente questi ultimi li rimando al link che cito in didascalia dell'immagine che pubblico in questo post.
Lo status degli individui che è ben reale e deriva da questa molteplicità di "canali" ha generato in me l'idea che quella teoria enunciata da Philip K. Dick una cinquantina di anni fa al riguardo dell'inesistenza della realtà è diventata oggi piuttosto sensata.
Per spiegare cosa intendo propongo un esempio: una tizia attraversa la strada concentrata sul cellulare e viene investita da un auto guidata da un tizio distratto perché ha preso in mano il telefono per vedere da chi proviene il messaggio di cui ha sentito il beep. Abbiamo un concreto e reale incidente stradale che chiunque ritiene un evento sfortunato. Questo incidente, però, se legalmente coinvolge un pedone e un veicolo, dal punto di vista umano coinvolge almeno quattro realtà , due ovvie realtà concrete ma anche due personaggi che frequentano qualcosa online.
Tornando all'affermazione che la realtà non esiste, è estrema, sono d'accordo ma ha senso oggi che ogni abitante del pianeta ha tanti di quegli account che 50 anni fa sarebbero sembrati bizzarrie ben maggiori delle affermazioni di P. K. Dick. Devo dire che per quanto posa sembrare assurdo tutto ciò ha da tempo determinato il successo di certe figure in politica, materia che è una delle più concrete che ci possano essere e, come sappiamo, premia chi ha la maggiore padronanza di questi mezzi elettronici.
Dietro tutto ciò vi è uno spettro: che siamo una massa che confonde il risultato con la comprensione di come esso si è verificato. Bisognerebbe rifletterci su ma nessuno ha il tempo per farlo.
