In seguito ricordai lei che mi prendeva per mano che seguii risalendo la scala, ricordo che in una stanza mi tolse collare, cintura, bracciali e cavigliere e dopo avermi allentato la benda, che io finii di togliermi realizzando di essere in un bagno dall’aspetto confortevole dove mi lasciò da sola. Dopo qualche minuto che lei era scomparsa portandosi via i dettagli che avevo indossato, feci una doccia restando sotto l’acqua per lungo tempo, ingoiandola e sputandola. Uscii nuda dal bagno che della strega non c’era più nessuna traccia e fui a disagio all’idea di vagare per la casa silenziosa, illuminata discretamente. Ma presto trovai una camera da letto intonsa e, come una sonnambula mi gettai sopra un letto di quelli da una piazza e mezzo. Spensi subito la luce con un comando a portata di mano e compresi che da fuori veniva una luminosità strana che non poteva essere quella del tramonto. Restai nel letto a sentire il mio corpo rilassarsi fino a quando finii per addormentarmi
Mi svegliai che la luce che penetrava dalle fessure prometteva quella sontuosità delle pubblicità dei costumi da bagno ma non mi alzai e restai a letto. Mi alzai dopo che ero così da almeno un ora e, spinta da una fame sottile, andai alla ricerca di cibo, constatando di essere sola nella casa e guardandomi bene dall’aprire finestre. Cantina a parte, il luogo era tutt’altro che contorto ed orientarmi fu facile. Trovai della frutta in un frigorifero di grandi dimensioni che oltre quell’assortimento e tutta una serie di bottiglie d’acqua ancora sigillate, non conteneva altro. Ancora leggermente stordita per i bagordi fatti tornai a letto ed abbastanza inaspettatamente, mi riaddormentai.
Di nuovo mi svegliai ed ero molto più presente ed era buio. Stavolta mi alzai con energia e presto frugai nell’armadio della stanza alla ricerca della mia roba ma tra armadio e cassetti trovai solo una vestaglia bianca che poi si rivelò semitrasparente. Lasciai perdere l’attraente costume da bagno che c’era in un cassetto e indossando soltanto la vestaglia, che poi era una specie di tunica, andai in giro per la casa a cercare la mia roba che trovai dentro il borsone che mi ero portata apresso, riposto in un mobile del grande soggiorno, assieme al mio telefono che mi disse l’orario esatto, cari messaggi senza importanza e una chiamata dei miei. Un successivo messaggio, di mia madre, specificava “ti abbiamo chiamato per sentirti… ma devi essere molto impegnata. Va bene, divertiti” seguito dia una faccina diabolica. Non c’era altro a quasi le sei del mattino. Misi il telefono a ricaricare e messa così, uscii comunque all’esterno dove si cominciava a manifestare la luminosità che tra poco sarebbe diventata certezza. Feci dei passi, scalza, nella veranda che dava sull’immenso vigneto. L’aria aveva un odore buono e la respirai a lungo pensando, come fosse stato un sogno, di essere stata imbavagliata e poi, a come sarei potuta andare via da lì. Una domanda cui mi risposi che la ripartenza sarebbe comunque dovuta avvenire in serata, quindi, nell’ipotesi peggiore, dovevo solo attendere. Strano ma quello che era successo somigliava sempre di più a un sogno e il posto era certamente gradevole. Più gradevole se ci fosse stato un bar nei paraggi. Gettata a contemplare l’orizzonte dove c’era sicuramente il mare badai che non avvertivo nessun fastidio corporeo e mi tastai, constatando sommariamente che nulla sembrava compromesso dalla performance. Sorrisi all’idea della realtà come sogno erotico.
Al sorgere del sole tornai dentro e feci caso a un post-it incollato al coperchio del piano cottura che precedentemente mi era sfuggito e presi a leggerlo; era stato lasciato da Martin: “Ciao, spero che ti sia alzata di buonumore perché ieri sei stata grandiosa. Devo andare a incontrare delle persone ma, se vuoi, puoi andare al mare. Sai usare lo scooter o preferisci chiamare un taxi? Abbiamo anche quello, c’era scritto, con a fianco uno smile disegnato.” Mentalmente sorrisi e dopo tornai indietro a cercare il costume da bagno, misi un asciugamano in una shopper di tela che mi ero portata appresso con l’idea di usarla per la roba sporca, recuperai gli occhiali da sole e presi il telefono ricaricato quasi al massimo e composi il numero del fantomatico servizio di taxi che, sorprendendomi, scoprii che era vero.
Il taxi, che non recava nessuna insegna per definirlo come tale, mi condusse a uno stabilimento balneare “secondo istruzioni”, aveva detto un autista più vecchio di me giusto qualche anno che non aveva niente d’interessante ma, mentre osservavo il panorama desertico attorno, mi era chiaro che Martin era un intrigante. Comunque all’ingresso dello stabilimento, che si rivelò per lo più bianco, con strisce blu turchese ed arancione, ben combinate, avrei dovuto dire il mio nome e cognome, cosa che feci con uno che mi diede una specie di segnaposto numerato. Poi si offrì di mostrarmelo e lo seguii. Non era un posto enorme e l’ora era abbastanza presto per la gente che sarebbe arrivata poi, a popolarlo ma non in maniera opprimente né chiassosa. Quindi, pregustando il benessere, mi levai la tunica e mi sdraiai in una delle due chaise longue. Tutto molto lusingante, pensai, e sorrisi, guardando il mare. Feci un bagno dopo che ero lì da almeno un oretta, sentendomi osservata. Mi guardai attorno, la spiaggia si era popolata ma apparentemente nessuno badava a me. Fissazioni, pensai gettandomi nell’acqua trasparente, non caldissima.
I capelli si erano quasi completamente asciugati quando sentii chiamare “Emma?” da una voce femminile che ebbi subito la sensazione di aver già sentito. Sollevai la testa, un po’ allarmata, verso quel suono. C’era una, in piedi, vicino al mio ombrellone. Abbagliata, non la vedevo bene. “Posso disturbarti?” Io annuii, sistemandomi sui gomiti. Lei si sedette, di traverso, rivolta verso di me nella sdraia accanto alla mia. Era un tipo di mezza età, almeno io la definivo così anche se, probabilmente, non arrivava ai cinquanta. Non altissima ma nemmeno minuta, magra, seno piccolo, capelli lunghi e neri, mossi, tenuti a posto dagli occhiali da sole inforcati sulla testa, per il resto era scura di pelle con tutti i dettagli intonati al caso, labbra color melanzana dal contorno quasi perfetto, insomma senza apparenti ritocchi, occhi castano scuri, palpebre che sembravano truccate anche se non lo erano, sorriso dannatamente dolce che scopriva appena dei denti certamente bianchissimi. Aveva addosso un costume dannatamente adatto a lei a disegni etnici e portava una collana perfettamente abbinata sia al costume, sia al colore della montatura degli occhiali. Mi sorrise. “Tu mi conosci come Ida”. “Probabilmente…” aggiunse ironicamente, sistemandosi meglio nella sdraia e continuando a sorridere. “E va bene così” , chiosò, tutt’altro che preoccupata delle mie reazioni. Dopo qualche secondo aggiunse ancora: “Ma parli davvero così poco?” Dopo di che si lasciò sfuggire una risata che sottolineò scansando leggermente i capelli con una mano da sopra una spalla. “Ufff…” Sfogai.
“Veramente no…” risposi quindi, facendola ridere di nuovo. “Ne ero certa” disse, mimando il gesto di una carezza, “Sei anche colta” aggiunse ancora “Solo chi è colta può affrontare certe cose… che istruzione hai?” E dopo un attimo “Che scuole fai?… Intendo, che scuole fai veramente?” Faccio l’ultimo anno delle superiori…” dissi sentendomi in colpa. La vidi sorridere. “Formidabile…” Aggiunse. Poi “Senti… ieri sera sei stata davvero fantastica… i ragazzi si sono divertiti moltissimo e…” la vidi rovistare nella sua borsa, ovviamente da spiaggia, “Questi sono per te…” disse passandomi una bustina anonima che non aprii, soppesai solo un attimo e poi la gettai dentro la mia, di borsa. Lei aveva osservato la scena con molta attenzione. Stirò le labbra in un sorriso. “Ti vorrei nel mio entourage…” disse seria, poi si guardò attorno, come per controllare chi c’era e cosa stava facendo. Io deglutii. “Va bene…” disse mostrando indifferenza verso ogni mia eventuale risposta. “Nella busta trovi il mio biglietto da visita” aggiunse “…devi solo chiamarmi… quando vorrai…” disse sorridendo in maniera maliziosa. Rimasi un attimo interdetta poi replicai con uno striminzito “Grazie”. Al che lei si alzò, stranamente soddisfatta. “Ovviamente, ricorda che sei una mia sottomessa” aggiunse con un sorriso che gli illuminò gli occhi per un istante. Poi si calò sul volto gli occhiali da sole, impenetrabili e dopo si allontanò, con il passo molto calmo di chi sa bene dove andare e non ha nessuna fretta. Perché sa cos’è l’ineluttabile.
Nella busta, un formato classico da corrispondenza, poi scoprii che c’erano dei soldi che mi bastarono per mesi di desideri quotidiani che sempre si definiscono spiccioli ma che fanno la differenza. Con la controindicazione che erano uno stillicidio che ogni volta mi ricordava Ida. Varie volte presi in mano il suo biglietto da visita, che in pratica mi seguiva ovunque, custodito nel mio portafoglio come fosse prezioso. A chiamarla esitai fino a Febbraio, quando composi il suo numero a metà di un pomeriggio inutile. Mentre aspettavo che rispondesse ebbi il tempo di capire come desideravo sentire la sua voce che mi avrebbe ricordato l’estate.
(6 - continua)
